Natale, racconti di guerra, bambini prematuri e Luciano Bianciardi.

Per quest’anno gli auguri di Natale (insomma…quella scocciante formalità, per chi non crede o è poco attratto dai festeggiamenti coatti) ve li voglio fare con un estratto dal racconto “Natale con il miele” di Luciano Bianciardi (1965)Luciano Bianciardi. Io mi sono divertita moltissimo a leggerlo, la prima volta, e quindi vi ho riscritto la parte che più mi piace, sperando che la possiate apprezzare anche voi, miei tredici affezionati. Buone feste e cercate di sopravvivere senza troppa fatica!🙂

[…] Tu scendi dalle stelle, cantavano i soldati, o re del cielo, e nasci in una grotta al freddo e al gelo. Cantavo anch’io.
«Ma senti un po’» mi disse Dodi, quando il canto finì, e già tutti cominciavano a fare il giaciglio per la notte. «Senti un po’, ma quando nacque il bambino, secondo te, faceva freddo? Venticinque dicembre, d’accordo, ma sempre in Palestina. In Palestina fa freddo di dicembre, secondo te? Io dico di no. E poi perché in una grotta? In una stalla, semmai, una baracca come questa. E ci nacque per caso. I suoi erano in viaggio per via del censimento, dovettero prenotare a mezza strada, gli alberghi erano tutti pieni. Non gli mancavano mica i mezzi per pagarsi una camera, a quei due, no? Non erano mica poveri? Tu che ne dici?»
«Mah» feci, e sbadigliai per il sonno.
«Vedi» continuò Dodi. «La madre apparteneva alla tribù di Levi, la più illustre del popolo d’Israele. Sicché povera non era. Il padre dicono che fosse falegname. Ma leggi meglio i vangeli. Tu li hai letti i vangeli?»
«Parecchio tempo fa» risposi «me li ricordo poco. Ma ora dormi, vai, Dodi.»
«Se leggi bene i Vangeli, vedrai che il padre non era falegname. La vulgata dice faber, che non è fabbro, ma semmai carpentiere, costruttore. Insomma era un impresario edile, ecco, e tu lo sai che nell’edilizia i soldi si fanno, e anche a quei tempi li facevano di sicuro, meno di ora, magari, ma sempre parecchi soldi. E poi pensa un po’, il figlio non ha mai lavorato. Andava in giro a predicare, poi i miracoli, un sacco di belle cose, ma lavorare, che si sappia, mai. Lo manteneva il padre impresario, e dunque i soldi ce li aveva, no? Sicché nella stalla ce li misero perché l’albergo era tutto esaurito, non perché gli mancassero i quattrini per pagarsi una camera a due letti.»
Rimase un momento in silenzio, scolò il gavettino e poi, senza ormai far caso se io stavo a sentirlo o no, riprese: «Però anche questo azzardo di mettersi in viaggio in quelle condizioni. Va bene il censimento, era obbligatorio ritornare al comune di origine, ma ci saranno state le eccezioni, no? I casi speciali. A meno che non fosse di sette mesi. Può anche darsi, una è di sette mesi, non lo sa, e si mette in viaggio. Dev’essere stato proprio così, di sette mesi. Anche perché i settimini sono quasi sempre eccezionali, crescendo. Tu di quanti mesi sei?»
«Eh?» feci io, che quasi dormivo.
«Sei settimino?»
«No, Dodi, no, credo di no. ma ora dormi.»
«Infatti non sei niente di speciale. non sei settimino. Lui forse sì, ed era eccezionale. Andava in giro a predicare e la gente lo ascoltava. Facci il miracolo, gridavano. facci il miracolo. E invece lui i miracoli li faceva poco volentieri, proprio quando ce lo tiravano per i capelli. Con tutta la gente che faceva i miracoli, a quei tempi, fra eremiti, guaritori e stregoni, vuoi che ci si mettesse anche lui? Come un fachiro qualunque? Un saltimbanco? Quelli che fece, fu proprio perché la gente urlava facci il miracolo, facci il miracolo, lo tirava per i capelli.»
Tutto infervorato, Dodi alzava la voce, specialmente sul “facci il miracolo”, come per imitare il bercio della folla, e dai pagliericci accanto qualcuno brontolava che stesse zitto, e che era ora di dormire. Continuò a voce più bassa: «Ma poi tu guarda bene che miracoli furono, quei pochi che fece, tirato per i capelli. Il primo per esempio: vinum non habent, e lui là, portatemi l’acqua che ve la faccio diventare vino. I pesci non bastano, i pani non bastano, e lui via, moltiplicazione di pani e pesci. Ora state buoni, mangiare, che poi vi spiego la verità. Lui non voleva che la gente patisse la fame, lo sai? Mangiare, bere, e poi la verità. Quando avete mangiato e bevuto, lasciate perdere i quattrini, e ascoltate le cose che contano. Il resto, fesserie. I soldi, fesserie. I peccati della carne, fesserie. Come dice all’adultera? I peccatori veri sono gli altri, le persone per bene, mica tu. E ti vorrebbero ammazzare a sassate. Vai, vai, lascia perdere, pensa alla salute dell’anima, e se ti riesce, a quel poveruomo di tuo marito non gliele mettere più, le corna.»
Minniti che gli dormiva accanto si rigirò sulla paglia, alzò un momento il capo e mostrò i denti: «Cu tien’i ccorna, cu tien’i ccorna, mannaggia? Lu patre tuo tien ‘i ccorna. E duorme, duorme, figghie ‘e ntrocchie».

Ma Dodi, che pure era figlio unico, non si adirò. Posò una mano sul capo nero di Minniti come per dargli l’assoluzione, poi si distese supino e rimase con gli occhi aperti a fissare il buio della baracca addormentata. […]

Natale con il miele, Luciano Bianciardi (1965). L’antimeridiano Ed. Ex Cogita, Isbn Edizioni 2005

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