La cura

Non era scontato che sopravvivessimo, tutti noi che siamo sopravvissuti. Di certo non siamo rimasti illesi e ancor più certo è che non siamo guariti. Non si guarisce mai dall’essere terremotati, così come non si smette mai di morire per lo stesso motivo, almeno in Italia.

Una cosa però è certa: ogni mattina, da cinque anni a questa parte, mi sveglio e lancio il mio cuore oltre l’ostacolo. Ogni mattina mi sveglio e mi impongo di essere felice, perché è indecente vivere nella tristezza, quando si è al mondo.
Un giorno, quando sarà giunta la mia ora, incontrerò tutte e 309 le persone che non sono sopravvissute – anche quella bambina che non ha fatto in tempo a nascere – e dirò loro: “Scusatemi, non ho scelto io di vivere quella notte, è capitato così…ma dall’alba seguente l’ho scelto ogni giorno, o almeno ci ho provato sempre. Ho vissuto molto, viaggiato mai abbastanza, sognato e costruito tutto quello che ho potuto, ho amato e amo profondamente, mi sono arrabbiata con passione e tenacia e qualche volta ho anche fallito…succede. Però ogni giorno, anche nei più bui, mi sono imposta un rigidissimo regime di felicità. Bisogna essere molto rigorosi in questo. Scusate, se il destino ha scelto me e non voi per viviere e per farmi lacrimare gli occhi al sole; scusate, se io ho potuto mangiare la granita e tenere per mano il mio compagno e non voi il vostro. Scusatemi per tutti i fiori raccolti e per quelli ricevuti, che non ornano la mia tomba, ma profumano la mia casa…perdonatemi davvero, ma io ne sono stata felice ogni giorno e ogni giorno mi sono raccontata di esserlo un po’ anche per voi”.

Questo dirò loro, quando sarà il mio momento, ma fino ad allora (e spero che passeranno ancora decenni) la cura al mio essere terremotata sarà questa: la quotidiana scalata alla felicità. Anche oggi, soprattutto oggi.

Il sorriso, nel luglio 2009, per aver ritrovato una collana, all'interno della mia casa terremotata.

Il sorriso, nel luglio 2009, per aver ritrovato una collana, all’interno della mia casa terremotata.

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