LICHTGRENZE – 8000 lights in Berlin

Berlin, 25 years after the fall of the wall.

LICHTGRENZE from Fall of the Wall 25 on Vimeo.

Copyright: Visualisierung LICHTGRENZE, © Kulturprojekte Berlin GmbH / bauderfilm / WHITEvoid 2014

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La cura

Non era scontato che sopravvivessimo, tutti noi che siamo sopravvissuti. Di certo non siamo rimasti illesi e ancor più certo è che non siamo guariti. Non si guarisce mai dall’essere terremotati, così come non si smette mai di morire per lo stesso motivo, almeno in Italia.

Una cosa però è certa: ogni mattina, da cinque anni a questa parte, mi sveglio e lancio il mio cuore oltre l’ostacolo. Ogni mattina mi sveglio e mi impongo di essere felice, perché è indecente vivere nella tristezza, quando si è al mondo.
Un giorno, quando sarà giunta la mia ora, incontrerò tutte e 309 le persone che non sono sopravvissute – anche quella bambina che non ha fatto in tempo a nascere – e dirò loro: “Scusatemi, non ho scelto io di vivere quella notte, è capitato così…ma dall’alba seguente l’ho scelto ogni giorno, o almeno ci ho provato sempre. Ho vissuto molto, viaggiato mai abbastanza, sognato e costruito tutto quello che ho potuto, ho amato e amo profondamente, mi sono arrabbiata con passione e tenacia e qualche volta ho anche fallito…succede. Però ogni giorno, anche nei più bui, mi sono imposta un rigidissimo regime di felicità. Bisogna essere molto rigorosi in questo. Scusate, se il destino ha scelto me e non voi per viviere e per farmi lacrimare gli occhi al sole; scusate, se io ho potuto mangiare la granita e tenere per mano il mio compagno e non voi il vostro. Scusatemi per tutti i fiori raccolti e per quelli ricevuti, che non ornano la mia tomba, ma profumano la mia casa…perdonatemi davvero, ma io ne sono stata felice ogni giorno e ogni giorno mi sono raccontata di esserlo un po’ anche per voi”.

Questo dirò loro, quando sarà il mio momento, ma fino ad allora (e spero che passeranno ancora decenni) la cura al mio essere terremotata sarà questa: la quotidiana scalata alla felicità. Anche oggi, soprattutto oggi.

Il sorriso, nel luglio 2009, per aver ritrovato una collana, all'interno della mia casa terremotata.

Il sorriso, nel luglio 2009, per aver ritrovato una collana, all’interno della mia casa terremotata.

#withSyria

Triste ricorrenza, quella che sta avendo luogo in questi giorni: i tre anni dall’inizio del conflitto – ma che dico “conflitto” – della guerra che imperversa in Siria.

“Il 6 marzo 2011 a Daraa, in Siria, quindici ragazzini sono stati arrestati e torturati per aver disegnato sul muro dei graffiti antiautoritari. Le proteste che sono scaturite dal loro arresto hanno portato a un’esplosione della violenza in tutto il paese. Le proteste si sono trasformate in una vera e propria guerra civile che ha prodotto 9,3 milioni di profughi”, si legge nella home del sito di Banksy.

Da ieri è su tutti i principali giornali e social network il video – divenuto giustamente virale – #withSyria, che lo street artist inglese Banksy ha realizzato e pubblicato sul suo sito, in onore della popolazione siriana “con compassione, supporto e la nostra voce” come scrive egli stesso nel corto. La sua celebre opera La bambina con il palloncino rosso, ha indossato i panni di una piccola rifugiata siriana e il murale prende vita, diventa un’animazione che mostra gli orrori e la violenza della guerra, ma allo stesso tempo dà un messaggio di speranza e vicinanza.

Non potevo non essere una di quelle voci e uno di quei palloncini che si sollevano in cielo una di quei milioni di cittadini del mondo che vuole gridare ai cittadini siriani, massacrati e fiaccati da tre anni di morte e violenza, “There is alwais a hope”.

withsyria

Buon compleanno Faber!

Faber_de_andréAscolto Fabrizio De André da quando ero nella pancia di mia madre e l’ho sempre, sempre e ossessivamente sempre ascoltato. Devo dire che, ancora oggi, ci sono degli album che conosco meno e alcune canzoni che mi ostino a non voler memorizzare, quasi per non “bruciare” tutte le nuove visioni del mondo che potranno insegnarmi; anche se da sempre – molto prima che ci lasciasse quel maledetto 11 gennaio 1999 – cerco di approcciarmi alla sua opera con un atteggiamento vagamente virginale, come se ogni volta fosse un po’ la prima che lo ascolto davvero.

Troppi sono i ricordi che mi legano alla sua musica e alle sue parole: imparai per prima Il Pescatore, a due o tre anni, andando in macchina verso casa dei nonni. Poi fu la volta de Il Suonatore Jones, che ho capito davvero forse vent’anni dopo, però intanto lui mi aveva già insegnato a pronunciare la parola “libertà” e ad immaginarla come la gonna di Jenny – che doveva essere proprio bella, quella gonna e quella Jenny, al ballo di tanti anni fa. Poi ci fu il periodo di amore folle per La Buona Novella che ascoltai – quasi esclusivamente – per tutto il 2001 e Storia di un impegato e Tutti Morimmo a stento…insomma! Come la maggior parte degli italiani che abbiano un animo, se non sensibile, almeno aperto alla possibilità di esserlo.

Oggi non andrò avanti a parlare di Faber perchè: Domine, non sum digna! – però, per festeggiare il suo compleanno, ho creato una playlist con 30 canzoni, praticamente quasi una per ogni mio anno di vita, due delle quali sono interpretate dai soli artisti che, a mio giudizio, posso permettersi di cantare De André, senza sembrare – loro sì – dei blasfemi: Franco Battiato e Morgan. Ve la lascio qui a fine post, starà a voi la scelta, se ascoltarla tutta o solo qualche brano, solo le canzoni che più amate. Mi aspetto che commentiate dicendo che ho dimenticato dei capolavori che proprio non avrei dovuto e che voi (e questo è certo, miei tredici lettori) avreste fatto molto meglio. Quindi linkate anche le vostre canzoni del cuore, che il vostro “pezzo di De André” qui troverà sempre un suo posto d’onore.

Tanti auguri Faber!

Natale, racconti di guerra, bambini prematuri e Luciano Bianciardi.

Per quest’anno gli auguri di Natale (insomma…quella scocciante formalità, per chi non crede o è poco attratto dai festeggiamenti coatti) ve li voglio fare con un estratto dal racconto “Natale con il miele” di Luciano Bianciardi (1965)Luciano Bianciardi. Io mi sono divertita moltissimo a leggerlo, la prima volta, e quindi vi ho riscritto la parte che più mi piace, sperando che la possiate apprezzare anche voi, miei tredici affezionati. Buone feste e cercate di sopravvivere senza troppa fatica! 🙂

[…] Tu scendi dalle stelle, cantavano i soldati, o re del cielo, e nasci in una grotta al freddo e al gelo. Cantavo anch’io.
«Ma senti un po’» mi disse Dodi, quando il canto finì, e già tutti cominciavano a fare il giaciglio per la notte. «Senti un po’, ma quando nacque il bambino, secondo te, faceva freddo? Venticinque dicembre, d’accordo, ma sempre in Palestina. In Palestina fa freddo di dicembre, secondo te? Io dico di no. E poi perché in una grotta? In una stalla, semmai, una baracca come questa. E ci nacque per caso. I suoi erano in viaggio per via del censimento, dovettero prenotare a mezza strada, gli alberghi erano tutti pieni. Non gli mancavano mica i mezzi per pagarsi una camera, a quei due, no? Non erano mica poveri? Tu che ne dici?»
«Mah» feci, e sbadigliai per il sonno.
«Vedi» continuò Dodi. «La madre apparteneva alla tribù di Levi, la più illustre del popolo d’Israele. Sicché povera non era. Il padre dicono che fosse falegname. Ma leggi meglio i vangeli. Tu li hai letti i vangeli?»
«Parecchio tempo fa» risposi «me li ricordo poco. Ma ora dormi, vai, Dodi.»
«Se leggi bene i Vangeli, vedrai che il padre non era falegname. La vulgata dice faber, che non è fabbro, ma semmai carpentiere, costruttore. Insomma era un impresario edile, ecco, e tu lo sai che nell’edilizia i soldi si fanno, e anche a quei tempi li facevano di sicuro, meno di ora, magari, ma sempre parecchi soldi. E poi pensa un po’, il figlio non ha mai lavorato. Andava in giro a predicare, poi i miracoli, un sacco di belle cose, ma lavorare, che si sappia, mai. Lo manteneva il padre impresario, e dunque i soldi ce li aveva, no? Sicché nella stalla ce li misero perché l’albergo era tutto esaurito, non perché gli mancassero i quattrini per pagarsi una camera a due letti.»
Rimase un momento in silenzio, scolò il gavettino e poi, senza ormai far caso se io stavo a sentirlo o no, riprese: «Però anche questo azzardo di mettersi in viaggio in quelle condizioni. Va bene il censimento, era obbligatorio ritornare al comune di origine, ma ci saranno state le eccezioni, no? I casi speciali. A meno che non fosse di sette mesi. Può anche darsi, una è di sette mesi, non lo sa, e si mette in viaggio. Dev’essere stato proprio così, di sette mesi. Anche perché i settimini sono quasi sempre eccezionali, crescendo. Tu di quanti mesi sei?»
«Eh?» feci io, che quasi dormivo.
«Sei settimino?»
«No, Dodi, no, credo di no. ma ora dormi.»
«Infatti non sei niente di speciale. non sei settimino. Lui forse sì, ed era eccezionale. Andava in giro a predicare e la gente lo ascoltava. Facci il miracolo, gridavano. facci il miracolo. E invece lui i miracoli li faceva poco volentieri, proprio quando ce lo tiravano per i capelli. Con tutta la gente che faceva i miracoli, a quei tempi, fra eremiti, guaritori e stregoni, vuoi che ci si mettesse anche lui? Come un fachiro qualunque? Un saltimbanco? Quelli che fece, fu proprio perché la gente urlava facci il miracolo, facci il miracolo, lo tirava per i capelli.»
Tutto infervorato, Dodi alzava la voce, specialmente sul “facci il miracolo”, come per imitare il bercio della folla, e dai pagliericci accanto qualcuno brontolava che stesse zitto, e che era ora di dormire. Continuò a voce più bassa: «Ma poi tu guarda bene che miracoli furono, quei pochi che fece, tirato per i capelli. Il primo per esempio: vinum non habent, e lui là, portatemi l’acqua che ve la faccio diventare vino. I pesci non bastano, i pani non bastano, e lui via, moltiplicazione di pani e pesci. Ora state buoni, mangiare, che poi vi spiego la verità. Lui non voleva che la gente patisse la fame, lo sai? Mangiare, bere, e poi la verità. Quando avete mangiato e bevuto, lasciate perdere i quattrini, e ascoltate le cose che contano. Il resto, fesserie. I soldi, fesserie. I peccati della carne, fesserie. Come dice all’adultera? I peccatori veri sono gli altri, le persone per bene, mica tu. E ti vorrebbero ammazzare a sassate. Vai, vai, lascia perdere, pensa alla salute dell’anima, e se ti riesce, a quel poveruomo di tuo marito non gliele mettere più, le corna.»
Minniti che gli dormiva accanto si rigirò sulla paglia, alzò un momento il capo e mostrò i denti: «Cu tien’i ccorna, cu tien’i ccorna, mannaggia? Lu patre tuo tien ‘i ccorna. E duorme, duorme, figghie ‘e ntrocchie».

Ma Dodi, che pure era figlio unico, non si adirò. Posò una mano sul capo nero di Minniti come per dargli l’assoluzione, poi si distese supino e rimase con gli occhi aperti a fissare il buio della baracca addormentata. […]

Natale con il miele, Luciano Bianciardi (1965). L’antimeridiano Ed. Ex Cogita, Isbn Edizioni 2005

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Un uomo solo può cambiare il mondo – Nelson Mandela

No one is born hating another person because of his skin, or his background, or his religion. People must learn to hate, and if they can learn to hate, they can be taught to love, for love comes more naturally to the human heart than its opposite. [Long Walk to Freedom -1995]

During my lifetime I have dedicated myself to this struggle of the African people. I have fought against white domination, and I have fought against black domination. I have cherished the ideal of a democratic and free society in which all persons will live together in harmony and with equal opportunities. It is an ideal which I hope to live for. But, my lord, if needs be, it is an ideal for which I am prepared to die. [I am Prepared to Die – 1964]

No one truly knows a nation until one has been inside its jails. A nation should not be judged by how it treats its highest citizens but its lowest ones. [Long Walk to Freedom -1995] – (Italia, tieni a mente questa frase)

E’ stato un onore per me vivere in questo mondo nello stesso periodo nel quale ci sei stato tu, almeno per una parte. Madiba, grazie per aver cambiato il mondo e la mente delle persone, con la tua vita e il tuo esempio. Grazie per averci insegnato che un uomo, anche un solo uomo, può cambiare tutto. Leggerò e studierò ancora molto di te, tutte quelle cose lasciate indietro…cercherò di “rubare” tutta l’eredità culturale e di pensiero che posso. Grazie per quello che ancora non so e scoprirò più avanti nel mio cammino. Riposa in pace.

Il rumore del sole

Nomfup

Margherita Hack (Firenze, 12 giugno 1922 – 29 giugno 2013)

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«Quello che vorrei continuare a dire alle donne, anche dopo la mia morte, è di non perdere mai il rispetto di se stesse, di avere dignità. Sempre. Ripensando alla mia vita non ho mai permesso che mi si mancasse di rispetto».

Dario-Fo-e-Franca-RameFranca Rame – Monologo “Lo stupro”

Il 9 marzo del 1973 Franca Rame fu aggredita, trascinata su un furgone e violentata, a Milano, da un gruppo di neofascisti, protetti se non  inviati da una parte deviata dei Carabinieri. La Rame affrontò e superò questa drammatica esperienza, due anni dopo, con il monologo “Lo stupro”.

Era il 1975 e lei portò a teatro questa straziante testimonianza, senza dichiarare di averla vissuta in prima persona. Si racconta che alcune spettatrici si sentirono male, svenendo durante la rappresentazione. Nel 1988, invitata da Adriano Celentano a Fantastico, lo recitò in diretta su Rai1.

Fonte: il sito ufficiale di Franca Rame.

Al centro dello spazio scenico vuoto, una sedia.
PROLOGO

FRANCA RAME: Ancora oggi, proprio per l’imbecille mentalità corrente, una donna convince veramente di aver subito violenza carnale contro la sua volontà, se ha la “fortuna” di presentarsi alle autorità competenti pestata e sanguinante, se si presenta morta è meglio! Un cadavere con segni di stupro e sevizie dà più garanzie. Nell’ultima settimana sono arrivate al tribunale di Roma sette denunce di violenza carnale.
Studentesse aggredite mentre andavano a scuola, un’ammalata aggredita in ospedale, mogli separate sopraffatte dai mariti, certi dei loro buoni diritti. Ma il fatto più osceno è il rito terroristico a cui poliziotti, medici, giudici, avvocati di parte avversa sottopongono una donna, vittima di stupro, quando questa si presenta nei luoghi competenti per chiedere giustizia, con l’illusione di poterla ottenere. Questa che vi leggo è la trascrizione del verbale di un interrogatorio durante un processo per stupro, è tutto un lurido e sghignazzante rito di dileggio.
MEDICO Dica, signorina, o signora, durante l’aggressione lei ha provato solo disgusto o anche un certo piacere… una inconscia soddisfazione?
POLIZIOTTO Non s’è sentita lusingata che tanti uomini, quattro mi pare, tutti insieme, la desiderassero tanto, con così dura passione?
GIUDICE È rimasta sempre passiva o ad un certo punto ha partecipato?
MEDICO Si è sentita eccitata? Coinvolta?
AVVOCATO DIFENSORE DEGLI STUPRATORI Si è sentita umida?
GIUDICE Non ha pensato che i suoi gemiti, dovuti certo alla sofferenza, potessero essere fraintesi come espressioni di godimento?
POLIZIOTTO Lei ha goduto?
MEDICO Ha raggiunto l’orgasmo?
AVVOCATO Se sì, quante volte?

Il brano che ora reciterò è stato ricavato da una testimonianza apparsa sul “Quotidiano Donna” [del 1973 ndr], testimonianza che vi riporto testualmente.

Si siede sull’unica sedia posta nel centro del palcoscenico.

FRANCA C’è una radio che suona… ma solo dopo un po’ la sento. Solo dopo un po’ mi rendo conto che c’è qualcuno che canta. Sì, è una radio. Musica leggera: cielo stelle cuore amore… amore…
Ho un ginocchio, uno solo, piantato nella schiena… come se chi mi sta dietro tenesse l’altro appoggiato per terra… con le mani tiene le mie, forte, girandomele all’incontrario. La sinistra in particolare.
Non so perché, mi ritrovo a pensare che forse è mancino. Non sto capendo niente di quello che mi sta capitando.
Ho lo sgomento addosso di chi sta per perdere il cervello, la voce… la parola. Prendo coscienza delle cose, con incredibile lentezza… Dio che confusione! Come sono salìta su questo camioncino? Ho alzato le gambe io, una dopo l’altra dietro la loro spinta o mi hanno caricata loro, sollevandomi di peso?
Non lo so.
È il cuore, che mi sbatte così forte contro le costole, ad impedirmi di ragionare… è il male alla mano sinistra, che sta diventando davvero insopportabile. Perché me la storcono tanto? Io non tento nessun movimento. Sono come congelata.
Ora, quello che mi sta dietro non tiene più il suo ginocchio contro la mia schiena… s’è seduto comodo… e mi tiene tra le sue gambe… fortemente… dal di dietro… come si faceva anni fa, quando si toglievano le tonsille ai bambini.
L’immagine che mi viene in mente è quella. Perché mi stringono tanto? Io non mi muovo, non urlo, sono senza voce. Non capisco cosa mi stia capitando. La radio canta, neanche tanto forte. Perché la musica? Perché l’abbassano? Forse è perché non grido.
Oltre a quello che mi tiene, ce ne sono altri tre. Li guardo: non c’è molta luce… né gran spazio… forse è per questo che mi tengono semidistesa. Li sento calmi. Sicurissimi. Che fanno? Si stanno accendendo una sigaretta.
Fumano? Adesso? Perché mi tengono così e fumano?
Sta per succedere qualche cosa, lo sento… Respiro a fondo… due, tre volte. Non, non mi snebbio… Ho solo paura…
Ora uno mi si avvicina, un altro si accuccia alla mia destra, l’altro a sinistra. Vedo il rosso delle sigarette. Stanno aspirando profondamente.
Sono vicinissimi.
Sì, sta per succedere qualche cosa… lo sento.
Quello che mi tiene da dietro, tende tutti i muscoli… li sento intorno al mio corpo. Non ha aumentato la stretta, ha solo teso i muscoli, come ad essere pronto a tenermi più ferma. Il primo che si era mosso, mi si mette tra le gambe… in ginocchio… divaricandomele. È un movimento preciso, che pare concordato con quello che mi tiene da dietro, perché subito i suoi piedi si mettono sopra ai miei a bloccarmi.
Io ho su i pantaloni. Perché mi aprono le gambe con su i pantaloni? Mi sento peggio che se fossi nuda!
Da questa sensazione mi distrae un qualche cosa che subito non individuo… un calore, prima tenue e poi più forte, fino a diventare insopportabile, sul seno sinistro.
Una punta di bruciore. Le sigarette… sopra al golf fino ad arrivare alla pelle.
Mi scopro a pensare cosa dovrebbe fare una persona in queste condizioni. Io non riesco a fare niente, né a parlare né a piangere… Mi sento come proiettata fuori, affacciata a una finestra, costretta a guardare qualche cosa di orribile.
Quello accucciato alla mia destra accende le sigarette, fa due tiri e poi le passa a quello che mi sta tra le gambe. Si consumano presto.
Il puzzo della lana bruciata deve disturbare i quattro: con una lametta mi tagliano il golf, davanti, per il lungo… mi tagliano anche il reggiseno… mi tagliano anche la pelle in superficie. Nella perizia medica misureranno ventun centimetri. Quello che mi sta tra le gambe, in ginocchio, mi prende i seni a piene mani, le sento gelide sopra le bruciature…
Ora… mi aprono la cerniera dei pantaloni e tutti si dànno da fare per spogliarmi: una scarpa sola, una gamba sola.
Quello che mi tiene da dietro si sta eccitando, sento che si struscia contro la mia schiena.
Ora quello che mi sta tra le gambe mi entra dentro. Mi viene da vomitare.
Devo stare calma, calma.
“Muoviti, puttana. Fammi godere”. Io mi concentro sulle parole delle canzoni; il cuore mi si sta spaccando, non voglio uscire dalla confusione che ho. Non voglio capire. Non capisco nessuna parola… non conosco nessuna lingua. Altra sigaretta.
“Muoviti puttana fammi godere”.
Sono di pietra.
Ora è il turno del secondo… i suoi colpi sono ancora più decisi. Sento un gran male.
“Muoviti puttana fammi godere”.
La lametta che è servita per tagliarmi il golf mi passa più volte sulla faccia. Non sento se mi taglia o no.
“Muoviti, puttana. Fammi godere”.
Il sangue mi cola dalle guance alle orecchie.
È il turno del terzo. È orribile sentirti godere dentro, delle bestie schifose.
“Sto morendo, – riesco a dire, – sono ammalata di cuore”.
Ci credono, non ci credono, si litigano.
“Facciamola scendere. No… sì…” Vola un ceffone tra di loro. Mi schiacciano una sigaretta sul collo, qui, tanto da spegnerla. Ecco, lì, credo di essere finalmente svenuta.
Poi sento che mi muovono. Quello che mi teneva da dietro mi riveste con movimenti precisi. Mi riveste lui, io servo a poco. Si lamenta come un bambino perché è l’unico che non abbia fatto l’amore… pardon… l’unico, che non si sia aperto i pantaloni, ma sento la sua fretta, la sua paura. Non sa come metterla col golf tagliato, mi infila i due lembi nei pantaloni. Il camioncino si ferma per il tempo di farmi scendere… e se ne va.
Tengo con la mano destra la giacca chiusa sui seni scoperti. È quasi scuro. Dove sono? Al parco. Mi sento male… nel senso che mi sento svenire… non solo per il dolore fisico in tutto il corpo, ma per lo schifo… per l’umiliazione… per le mille sputate che ho ricevuto nel cervello… per lo sperma che mi sento uscire. Appoggio la testa a un albero… mi fanno male anche i capelli… me li tiravano per tenermi ferma la testa. Mi passo la mano sulla faccia… è sporca di sangue. Alzo il collo della giacca.
Cammino… cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura.
Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. I polizioti… gente ce entra, che esce… Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido…
Torno a casa… torno a casa… Li denuncerò domani.

Buio.

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Niente parole di commiato, inopportune rispetto alle tue. Solo: GRAZIE.

Left open the doors (of perception), please

E’ accaduto. Uno dei primi miti della mia infanzia, il cofondatore dei The Doors, la mia band del cuore, è morto. Ieri pomeriggio, all’età di 74 anni Ray Manzarek è spirato. Non oso scrivere l’ennesimo post/coccodrillo, pieno di informazioni rimbalzate di blog in blog, che ha appiattito il web, dopo la brutta notizia e garantisco che no, non pubblicherò The End proprio oggi a rimarcare la fine di un’epoca (che udite udite…è finita da un pezzo).

Io, che mi fregio di essere una loro vera fan, accanita e viscerale dal 1995 e senza mai interruzioni, io che ho letto moltissimo sui Doors, che ho ascoltato fino a esaurire le cassette prima e i cd poi, tutta la loro discografia, i loro live, le loro interviste, guardato ossessivamente i loro video, scritto -come ogni adolescente dell’epoca- i loro testi e le loro frasi…insomma io non farò altro che lasciarvi il link di un articolo di Rolling Stones Magazine [cliccate QUI] e un altro paio di video…che tanto ricapiterà che qui posterò loro canzoni, loro testi, loro interviste. Che tanto, vivi o morti, gli eroi non cambiano forma, restano immortali, giovani e fighi…e noi con loro, eternamente adolescenti.

Lasciate le porte aperte!

Io, bottana industriale, ti saluto sorridendo.