Nuovo video de I Cani – Come Vera Nabokov

E’ andato online ieri nel pomeriggio e fino ad ora (sono le 11.30 del mattino circa) ha già 8943 visualizzazioni.
Si tratta del nuovo video de I Cani – ovvero il progetto musicale del romano Niccolò Contessa – realizzato dal videomaker aquilano (sì, un piccolo moto d’orgoglio per i miei concittadini super bravi) Bennet Pimpinella.

Il video è una rielaborazione del film “Tharzan e la vergogna di Jane” – film del 1995 diretto da Joe D’Amato che ha come protagonisti un giovane Rocco Siffredi con la sua attuale moglie, Rosa Caracciolo – che Bennet “scratcha”, modifica, monta e trasforma in un’opera pop iper colorata e viosionaria.

Buona visione e buon ascolto!

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Kiki de Montparnasse – il cortometraggio

Se siete stanchi dei libri scritti dalle signore della letteratura per entrambi i sessi, questo è un libro scritto da una donna che non è mai stata una signora. Per quasi dieci anni è stata a un passo dal diventare quella che oggi sarebbe considerata una Regina, il che, naturalmente, è molto diverso dall’essere una signora(dall’introduzione a “Souvenirs” di Kiki de Montparnasse, scritta da Hemingway nel 1929).

L’altra sera, navigando con una mia amica sul sito del My French Film Festival (che se amate il cinema francese, vi consiglio di seguire attentamente), ho scoperto un cortometraggio – attualmente in gara per il festival e già pluripremiato in molto altri – che ho amato moltissimo, Mademoiselle Kiki et les Montparnos della regista Amélie Harrault, prodotto da Les 3 Ours.

La figura di Kiki de Montparnasse, come molte altre legate alla Parigi degli anni ’20, l’ho sempre trovata estremamente affascinante, ma mai approfondita davvero, quasi a volerla lasciare avvolta in una nube di mistero. Beh, dopo aver visto questo corto, ho deciso che è tempo di far dissolvere le nubi e approfondire l’argomento, iniziando dal comprare il suo libro. Il video, che trovate a seguito, è in francese non sottotitolato, ma cliccando su questo LINK, potrete acquistare la visione del corto sottotitolato in italiano per (soli) € 0,99.

Non voglio anticipare nulla, vi dico solo che si tratta di un’animazione di 15 minuti circa e che il tocco femminile del racconto è decisamente evidente. Per gli appassionati di arte, della Parigi del secolo scorso e delle icone intramontabili. Da non perdere.

http://videos.arte.tv/fr/videos/mademoiselle-kiki-et-les-montparnos-d-amelie-harrault–7564328.html

Kiki de Montparnasse

EQUILIBRIO Fuori Scena – mostra fotorgafica

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Eccomi nuovamente con una segnalazione di un evento, legato al mondo della fotografia, che si sta svolgendo a Roma.

Dallo scorso sabato 1 febbraio fino a venerdì 28 febbraio, sarà possibile visitare – presso AuditoriumArte (Parco della Musica di Roma) – la mostra fotografica “Equilibrio Fuori scena”. La mostra, che ha luogo all’interno di “Equilibrio. Il festival della nuova danza”, nasce dalla collaborazione dei due fotografi ufficiali dell’Auditorium – Riccardo Musacchio e Flavio Ianniello – con il fotografo e artista, che da anni lavora con danzatori e attori, Paolo Porto.

Come scritto, sulle pagine culturali del Sole 24 Ore, il curatore Giuseppe Distefano, i tre autori hanno chiesto ai danzatori (dell’edizione del festival Equilibrio 2013 ndr), singoli, in coppia o in gruppo, di offrirsi al loro obiettivo in libertà, improvvisando “fuori scena” sulla suggestione del luogo, facendolo vivere del loro calore. Che sia dentro un montacarichi o una scala antincendio, dentro la vastità di un parcheggio sotterraneo o nell’atrio del bar, nel sottotetto della grande sala Santa Cecilia o nel prato, tra le teche espositive di reperti archeologici o dentro un bagno pubblico. Spazi impensati, vitali e spesso inaccessibili dell’Auditorium prestati ad una inedita scrittura scenica del vocabolario coreografico.

La mostra è composta da trenta stampe di grande e medio formato e da foto-sequenze. Le fotografie esposte saranno accompagnate da un videoclip dal titolo “Auditorium Abitato” a cura di Dario Jurilli e Vanessa Cokaric, con il montaggio delle riprese in backstage delle sessioni fotografiche.

La mostra, a ingresso libero, resterà aperta: da lunedì a venerdì ore 17.00 – 21.00; sabato e domenica ore 11.00 – 21.00.

Come sempre, mi aspetto vostri feedback!

Happy birthday Facebook!

Happy birthday Facebbok!

Per festeggiare i 10 anni di Facebook Mark Zuckerberg & the Facebook team hanno creato la pagina A look back. Voi avete buttato uno sguardo?
Auguri caro Facebook! (Non dimenticando il dark side della faccenda: http://techland.time.com/2014/01/27/how-much-time-have-you-wasted-on-facebook/)

[Cit.] #8

N’oubliez jamais qu’il suffira d’un crise politique, économique ou religieuse pour que les droits des femmes soient remis en question. Ces droits ne sont jamais acquis. Vous devrez rester vigilantes votre vie durant.

                                                                    Simone de Beauvoir

Presentazione del libro “Contatti – provini d’autore vol. II”.

Contatti IIPer chi tra voi, miei tredici lettori, fosse appassionato di fotografia e si trovasse a Roma, ho da suggerirvi un evento, al quale sarei andata molto volentieri, se fossi stata in zona.

Martedì 28 gennaio alle ore 18:00 presso l’ISFCI in via degli Ausoni, 1 (San Lorenzo) verrà presentato il volume “Contatti – provini d’autore vol.II” di Giammaria De Gasperis, edito da Postcart Edizioni. Il volume è una raccolta di provini a contatto di quarantanove autori internazionali, che hanno raccontato la storia degli ultimi sessant’anni.

Vi lascio il link dell’evento facebook QUI e se qualcuno di voi andrà, mi aspetto di avere commenti e opinioni in merito!

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(foto presa dalla pagina facebook del volume)

Trent’anni di Macintosh e quel 1984 che non sarebbe stato “il 1984”.

Sono passati (già) trent’anni da quel martedì 24 gennaio 1984, quando la celebre casa produttrice Apple lanciò al mondo i rivoluzionari personal computer Macintosh, segnando un punto importante come azienda, che negli anni sarebbe diventata leader nel settore dell’informatica. Si sa: i Mac sono stati da sempre belli, intuitivi e con una grafica accattivante; uno stile avanguardistico che ha permesso loro di conquistare un numero sempre più alto di utenti e appassionati, tra i quali mi annovero anch’io. Ma bellezza, praticità e intuitività non sono le sole peculiarità della Apple. La vera caratteristica che si è sempre mantenuta in questi trent’anni è la capacità di essere leader anche nel comunicare i propri prodotti, i propri valori e la propria visione (basti ricordare il famoso “Apple invents the personal computer. Again” apparso solo l’anno precedente). Questa seconda – e non marginale – caratteristica è stata confermata, passando alla storia, due giorni prima di quel famoso 24 gennaio.
Domenica 22 gennaio 1984 l’America era ferma e attaccata alle proprie televisioni per seguire la finale del Super Bowl, quando apparve sui loro schermi uno spot, firmato da un tale Ridley Scott, che ha segnato per sempre la storia della cinematografia pubblicitaria (e non solo) e che oggi, trent’anni dopo celebriamo.


Lo spot è il celebre 1984 – ideato dall’agenzia Chiat/Day, poi divenuta TBWA – che mostra, in un mondo di orwelliana memoria, una biondissima e giovane atleta mentre corre, armata di martello, fuggendo dalla polizia. La ragazza indossa una canottiera bianca, sulla quale è disegnato il modello del personal computer Macintosh che essa stessa rappresenta, e giunta davanti al mega schermo, dal quale il Grande Fratello parla ad una moltitudine anonima di individui, lancia il martello mandando tutto in frantumi. E la frase: «On January 24Th Apple Computer will introduce Macintosh. And you’ll see why 1984 won’t be like like “1984″». E quindi il messaggio: la macchina in grado di liberare l’uomo dalla macchina.
Inutile discutere sulla potenza mediatica – che ancora oggi non fatichiamo a riconoscere – di questo spot. Eppure le vendite non andarono bene, anzi come ormai è storia andarono decisamente peggio delle prospettive di Jobs e soci. Sappiamo anche che Steve Jobs – padre e luminare dell’azienda – fu costretto a rassegnare le sue dimissioni l’anno seguente, proprio a causa del pessimo rendimento di questa sua invenzione. Vi tornò solo nel 1997 quando il mondo era già stato “invaso dalle macchine” – per la maggior parte erano quelle del suo eterno rivale – e la società di Cupertino non stava andando per niente bene. Di nuovo la TBWA e Jobs, di nuovo uno spot che ha fatto storia. Questa volta però riuscendo a risollevare le sorti della mela morsa e definendo per sempre il Jobs/Apple pensiero: «Potete citarli, essere in disaccordo con loro; potete glorificarli o denigrarli ma l’unica cosa che non potrete mai fare è ignorarli, perché riescono a cambiare le cose, perché fanno progredire l’umanità. E mentre qualcuno potrebbe definirli folli noi ne vediamo il genio; perché solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo lo cambiano davvero. Think different.»
Ma questa, come direbbe un famoso presentatore tv, è un’altra storia.

Natale, racconti di guerra, bambini prematuri e Luciano Bianciardi.

Per quest’anno gli auguri di Natale (insomma…quella scocciante formalità, per chi non crede o è poco attratto dai festeggiamenti coatti) ve li voglio fare con un estratto dal racconto “Natale con il miele” di Luciano Bianciardi (1965)Luciano Bianciardi. Io mi sono divertita moltissimo a leggerlo, la prima volta, e quindi vi ho riscritto la parte che più mi piace, sperando che la possiate apprezzare anche voi, miei tredici affezionati. Buone feste e cercate di sopravvivere senza troppa fatica! 🙂

[…] Tu scendi dalle stelle, cantavano i soldati, o re del cielo, e nasci in una grotta al freddo e al gelo. Cantavo anch’io.
«Ma senti un po’» mi disse Dodi, quando il canto finì, e già tutti cominciavano a fare il giaciglio per la notte. «Senti un po’, ma quando nacque il bambino, secondo te, faceva freddo? Venticinque dicembre, d’accordo, ma sempre in Palestina. In Palestina fa freddo di dicembre, secondo te? Io dico di no. E poi perché in una grotta? In una stalla, semmai, una baracca come questa. E ci nacque per caso. I suoi erano in viaggio per via del censimento, dovettero prenotare a mezza strada, gli alberghi erano tutti pieni. Non gli mancavano mica i mezzi per pagarsi una camera, a quei due, no? Non erano mica poveri? Tu che ne dici?»
«Mah» feci, e sbadigliai per il sonno.
«Vedi» continuò Dodi. «La madre apparteneva alla tribù di Levi, la più illustre del popolo d’Israele. Sicché povera non era. Il padre dicono che fosse falegname. Ma leggi meglio i vangeli. Tu li hai letti i vangeli?»
«Parecchio tempo fa» risposi «me li ricordo poco. Ma ora dormi, vai, Dodi.»
«Se leggi bene i Vangeli, vedrai che il padre non era falegname. La vulgata dice faber, che non è fabbro, ma semmai carpentiere, costruttore. Insomma era un impresario edile, ecco, e tu lo sai che nell’edilizia i soldi si fanno, e anche a quei tempi li facevano di sicuro, meno di ora, magari, ma sempre parecchi soldi. E poi pensa un po’, il figlio non ha mai lavorato. Andava in giro a predicare, poi i miracoli, un sacco di belle cose, ma lavorare, che si sappia, mai. Lo manteneva il padre impresario, e dunque i soldi ce li aveva, no? Sicché nella stalla ce li misero perché l’albergo era tutto esaurito, non perché gli mancassero i quattrini per pagarsi una camera a due letti.»
Rimase un momento in silenzio, scolò il gavettino e poi, senza ormai far caso se io stavo a sentirlo o no, riprese: «Però anche questo azzardo di mettersi in viaggio in quelle condizioni. Va bene il censimento, era obbligatorio ritornare al comune di origine, ma ci saranno state le eccezioni, no? I casi speciali. A meno che non fosse di sette mesi. Può anche darsi, una è di sette mesi, non lo sa, e si mette in viaggio. Dev’essere stato proprio così, di sette mesi. Anche perché i settimini sono quasi sempre eccezionali, crescendo. Tu di quanti mesi sei?»
«Eh?» feci io, che quasi dormivo.
«Sei settimino?»
«No, Dodi, no, credo di no. ma ora dormi.»
«Infatti non sei niente di speciale. non sei settimino. Lui forse sì, ed era eccezionale. Andava in giro a predicare e la gente lo ascoltava. Facci il miracolo, gridavano. facci il miracolo. E invece lui i miracoli li faceva poco volentieri, proprio quando ce lo tiravano per i capelli. Con tutta la gente che faceva i miracoli, a quei tempi, fra eremiti, guaritori e stregoni, vuoi che ci si mettesse anche lui? Come un fachiro qualunque? Un saltimbanco? Quelli che fece, fu proprio perché la gente urlava facci il miracolo, facci il miracolo, lo tirava per i capelli.»
Tutto infervorato, Dodi alzava la voce, specialmente sul “facci il miracolo”, come per imitare il bercio della folla, e dai pagliericci accanto qualcuno brontolava che stesse zitto, e che era ora di dormire. Continuò a voce più bassa: «Ma poi tu guarda bene che miracoli furono, quei pochi che fece, tirato per i capelli. Il primo per esempio: vinum non habent, e lui là, portatemi l’acqua che ve la faccio diventare vino. I pesci non bastano, i pani non bastano, e lui via, moltiplicazione di pani e pesci. Ora state buoni, mangiare, che poi vi spiego la verità. Lui non voleva che la gente patisse la fame, lo sai? Mangiare, bere, e poi la verità. Quando avete mangiato e bevuto, lasciate perdere i quattrini, e ascoltate le cose che contano. Il resto, fesserie. I soldi, fesserie. I peccati della carne, fesserie. Come dice all’adultera? I peccatori veri sono gli altri, le persone per bene, mica tu. E ti vorrebbero ammazzare a sassate. Vai, vai, lascia perdere, pensa alla salute dell’anima, e se ti riesce, a quel poveruomo di tuo marito non gliele mettere più, le corna.»
Minniti che gli dormiva accanto si rigirò sulla paglia, alzò un momento il capo e mostrò i denti: «Cu tien’i ccorna, cu tien’i ccorna, mannaggia? Lu patre tuo tien ‘i ccorna. E duorme, duorme, figghie ‘e ntrocchie».

Ma Dodi, che pure era figlio unico, non si adirò. Posò una mano sul capo nero di Minniti come per dargli l’assoluzione, poi si distese supino e rimase con gli occhi aperti a fissare il buio della baracca addormentata. […]

Natale con il miele, Luciano Bianciardi (1965). L’antimeridiano Ed. Ex Cogita, Isbn Edizioni 2005

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[Cit.] #7

“Children show scars like medals. Lovers use them as secrets to reveal. A scar is what happens when the word is made flesh”.

                                                               Leonard Cohen – The Favorite Game

BLAM! La rivoluzione parte dal tuo ufficio!

Dieci giorni fa, venerdì 6 dicembre, sono andata al Teatro Manzoni a vedere BLAM! Avrei voluto da subito scrivere due righe in proposito, ma non ho avuto molto tempo e quindi lo faccio ora, tentando di raccontarvi l’irraccontabile, ma tant’è…ci provo.

Partiamo dalla fine: sono uscita da teatro con un sorriso a trentasei denti, piena di adrenalina ed entusiasmo perchè BLAM! – spettacolo danese della compagnia Neander Teater, ideato e diretto da Kristján Ingimarsson – è uno spettacolo che unisce vari generi, dal teatro fisico al parkour passando per il mimo e il teatro acrobatico e oltre ad essere stata l’esibizione rivelazione del Fringe Festival di Edimburgo 2013, è un vero e proprio viaggio adrenalinico e straordinario all’interno dell’immaginario cinematografico e culturale dell’occidente. Dall’apertura del sipario, per l’ora e mezza seguente, ogni spettatore è rapito e ricondotto alla sua infanzia. La sensazione era proprio quella di essere una platea di infanti davanti a delle meravigliose performance pirotecniche. Tutti a bocca aperta, tutti con gli occhi sorridenti e pronti ad applaudire e accompagnare, con le mani, i voli pindarici e reali degli attori sulla scena (sul palco a Milano: Janus ElsigJoen Højerslev, Didier OberleKasper Ravnhøj, non in scena, ma accreditati: Kristján Ingimarsson,
 Lars Gregersen, Eos Karlsson) e si ride, si ride tantissimo.

La storia di BLAM! è semplicissima: siamo in un ufficio qualunque (da qui il sottotitolo “La rivoluzione parte dal tuo ufficio”) e tre impiegati, un po’ annoiati, subiscono le vessazioni e l’invadenza del loro capo che li tiene sotto stretto controllo, così, non appena lui si gira, i tre iniziano a giocare con la fantasia e creare oggetti e mondi nuovi, che pian piano diventano preponderanti. La spillatrice diventa quindi una mitragliatrice, il secchio un cannone, la lampada diventa E.T. e così via fino a modificare completamente la scenografia attorno a loro. La scena, infatti si trasforma insieme alle loro performance e quindi si aprono tramezzi, il fondale si ribalta, si scoprono delle botole, proprio come se fossimo in presenza di una vera battaglia tra supereroi o un videogame in 3d. Tra contenitori dell’acqua umanizzati e matite usate per creare gli artigli di Wolverine, i quattro attori/performer ci trascinano – senza un attimo di respiro – in un mondo fantastico, nel quale possiamo riconoscere una gran parte storia del cinema più popolare: Hulk, le Iene, E.R., Iron Man, Die Hard, Apocalypse Now e ancora… e abbandonarci completamente alla fantasia di noi stessi, bambini, seduti lì a guardare come si può trasformare rapidamente un ufficio nel paese dei balocchi.

Ovviamente, essendo un teatro performativo, non ci sono parole, non servono.

Guardare per credere:

cercate sul loro sito le prossime tappe, perchè dovete, dovete assolutamente vederlo! Nota dolente: temo vi toccherà un viaggio all’estero, che in Italia per ora non sembrano esserci repliche.