Grandi gesti contro #Grandirischi

Ieri, in aula (per la sentenza di appello del processo ai componenti della commissione Grandi rischi), sono capitata per caso vicino ad alcuni familiari delle vittime. C’era un padre che teneva saldamente il braccio sulla spalla di suo figlio, come se stesse tenendo sù il mondo intero (hanno perso madre e sorella) e c’era una famiglia composta da padre, madre e figlia (a loro mancavano all’appello i nipoti e la nuora). I genitori erano evidentemente in là negli anni: la madre bellissima…bionda con gli occhi truccati, sembrava una Brigitte Bardot con il caschetto, la figlia un po’ più grande di me, bionda anche lei, bella anche lei, sorridente e gentile nei modi. Il padre, un uomo anziano, sembrava un po’ dimesso, probabilmente stanco. Ad un tratto ci informano che entro dieci minuti sarebbe uscita la corte, davanti a noi c’era un muro di giornalisti e telecamere che impedivano la vista, così quest’uomo, senza dire niente a nessuno, posa un fazzoletto di stoffa sulla sedia e sale con entrambi i piedi sul fazzoletto, con un balzo rapidissimo, per vedere in faccia la corte, nel momento della sentenza. La moglie e la figlia, assistendo alla scena, ridono. È rimasto lì, in piedi sulla sedia, per venti minuti, aspettando prima e ascoltando poi la sentenza che assolve 6 su 7 imputati per la morte, tra gli altri, dei nipoti. È rimasto sulla sedia come avrebbe fatto un Robin Williams o un ragazzino, con un’energia e una forza che mai avrei attribuito a un uomo di ottant’anni. Dopo la sentenza si è avvicinato a me – che piena di vergogna, piangevo – e mi chiede di aiutarlo a scendere. Subito gli porgo il mio braccio e insieme alla figlia, lo aiutiamo a venir giù.

Oh capitano, mio capitano!

Il trionfo di Mohamed

Ieri sono capitata alla festa di laurea di Mohamed, un ragazzo arabo-israeliano, nato e cresciuto nello stesso paesino di Michelone, il suo connazionale rimasto ucciso dalla casa dello studente il 6 aprile 2009, uno dei suoi migliori amici. Nel bel mezzo dei festeggiamenti – in pieno stile arabo, con musiche e balli – Mumu ha preso per mano la madre e l’ha trascinata in danze folli. La signora rideva e ballava, un po’ forse vergognandosi. Ad un tratto, mentre danzavano, si è commossa ed è scoppiata a piangere, abbracciando forte suo figlio. Ed io ho pensato agli anni che ha passato avendo un figlio – oggi dentista – lontano da casa, in una terra devastata dal terremoto; ai sacrifici fatti perché potesse realizzare il suo sogno, alla volontà di tenerlo lontano da guerre e odio e alla fortuna di averlo ancora lì, con la corona d’alloro sulla testa, la gioia vera, profonda negli occhi e il futuro davanti a sé, nonostante tutto. Ho dovuto tirare in ballo tutto il mio cinismo per non scoppiare a piangere dopo di lei. È stata dura. È stata una delle cose più belle capitate negli ultimi anni, vedere Mumu preso in braccio, in segno di trionfo dai suoi amici.

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La cura

Non era scontato che sopravvivessimo, tutti noi che siamo sopravvissuti. Di certo non siamo rimasti illesi e ancor più certo è che non siamo guariti. Non si guarisce mai dall’essere terremotati, così come non si smette mai di morire per lo stesso motivo, almeno in Italia.

Una cosa però è certa: ogni mattina, da cinque anni a questa parte, mi sveglio e lancio il mio cuore oltre l’ostacolo. Ogni mattina mi sveglio e mi impongo di essere felice, perché è indecente vivere nella tristezza, quando si è al mondo.
Un giorno, quando sarà giunta la mia ora, incontrerò tutte e 309 le persone che non sono sopravvissute – anche quella bambina che non ha fatto in tempo a nascere – e dirò loro: “Scusatemi, non ho scelto io di vivere quella notte, è capitato così…ma dall’alba seguente l’ho scelto ogni giorno, o almeno ci ho provato sempre. Ho vissuto molto, viaggiato mai abbastanza, sognato e costruito tutto quello che ho potuto, ho amato e amo profondamente, mi sono arrabbiata con passione e tenacia e qualche volta ho anche fallito…succede. Però ogni giorno, anche nei più bui, mi sono imposta un rigidissimo regime di felicità. Bisogna essere molto rigorosi in questo. Scusate, se il destino ha scelto me e non voi per viviere e per farmi lacrimare gli occhi al sole; scusate, se io ho potuto mangiare la granita e tenere per mano il mio compagno e non voi il vostro. Scusatemi per tutti i fiori raccolti e per quelli ricevuti, che non ornano la mia tomba, ma profumano la mia casa…perdonatemi davvero, ma io ne sono stata felice ogni giorno e ogni giorno mi sono raccontata di esserlo un po’ anche per voi”.

Questo dirò loro, quando sarà il mio momento, ma fino ad allora (e spero che passeranno ancora decenni) la cura al mio essere terremotata sarà questa: la quotidiana scalata alla felicità. Anche oggi, soprattutto oggi.

Il sorriso, nel luglio 2009, per aver ritrovato una collana, all'interno della mia casa terremotata.

Il sorriso, nel luglio 2009, per aver ritrovato una collana, all’interno della mia casa terremotata.

Il popolo delle carriole a processo.

Articolo di NewsTown: L’Aquila: portarono carriole in centro storico, ora rischiano l’arresto

Chi non ha vissuto la distruzione della propria città e la volontà politica – ragionata e colpevole – di lasciarla chiusa, morta e ingolfata dalle sue stesse macerie; di tenere lontano dagli occhi dei cittadini lo strazio di un luogo pieno di lamiere, polvere e puzza di muffa, di lasciarli ignari e lontani dalle proprie case con la scusa di volerli proteggere (da cosa? Da chi?) non può capire cosa abbia spinto gli aquilani, tutti gli aquilani, migliaia di aquilani di qualsiasi schieramento politico o culturale, estrazione sociale o patologia post-traumatica, a unirsi e munirsi di carriola, secchiello e guanti per ripulirsi da soli la città che la malavitosa gestione post-sisimica aveva chiuso in attesa di spartizioni. Le lacrime, le risate, gli abbracci, la fatica che per qualche mese hanno animato il centro abbandonato e chiuso e poi quella fiducia di poter cambiare veramente le cose. Tutti, tantissimi. Nonni e nipoti, madri e figlie, primari e inservienti, badanti romene e anziani commossi. Chi non l’ha vissuto non lo sa. Ma in galera ci dovrei finire anch’io e altre migliaia persone con me. Il processo di domani è un’infamia.


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These boots are made for walking

I miei tredici lettori, che presumo abbiano la loro vita bella impegnata, probabilmente non si saranno accorti che da qualche settimana non ho scritto più nulla nel blog. Capita. Questo è un blog incostante, lo sapete e mi aspetto altrettanta incostanza nella vostra lettura, altrimenti non funzionerebbe il nostro patto. Accade, in questo periodo, che non abbia tempo e propensione al racconto. 5208_1194271615326_3950077_nSto vivendo dei giorni davvero particolari, un po’ ancorati alle celebrazioni del 6 aprile – che per un’aquilana hanno sempre il loro fottuto peso specifico – un po’ perchè mi sono fatta prendere dai miei studi e dai miei lavori e da una quantità pressochè infinita di riflessioni e spunti; molto perchè sto preparando l’ennesimo trasloco della mia vita (no, tranquilli, stavolta non di blog, ma di casa) e i sentimenti in merito sono tanti e constrastati. L’ultima volta che ho traslocato da una mia casa ad un’altra ero scortata dai vigili del fuoco, indossavo un caschetto da lavoro e ho quasi fatto fuori uno dei miei traslocatori, che aprendo il mio frigo (chiuso da due mesi e mezzo, dopo il sisma) per poco non sveniva, intossicato. L’ultima casa che ho definito “casa mia” attualmente è una struttura semiaperta, con l’intonaco esterno scolorito, il portone sfondato, i radiatori divelti, le pareti esplose, i soffitti crepati, il bagno del piano di sopra staccato di tre centimetri dalla camera.5208_1194271655327_5464453_n In quella casa, da quattro anni, ci entrano solo i topi e gli sciacalli ed entrambi per corrodere, rubare e lasciare escrementi. Non ho più definito nulla casa. Dove sono stata fino ad ora era casa di mia madre, quella dove andrò domani sarà casa in centro – perchè sì, nonostante L’Aquila sia ancora immobile nei suoi puntellamenti, e non abbia un vero centro, io torno lì. Vicino dove sono nata, accanto alla strada dove ho percorso i miei primi passi, le prime corse e le mie più rovinose cadute. Torno lì non per restare. So che il mio tempo in questa città scade ogni giorno di più, però ora devo superare questa paura paralizzante e tornare a dormire e improntare una nuova quotidianità tra le pietre vecchie del centro città. Prima di andare via, di trasferirmi altrove – cosa che mi impegno affinché accada presto – devo tornare a fare pace con quelle case, con il fatto di essere una cittadina del centro di L’Aquila.

Avrò un bel panorama e dei bei coinquilini. Avrò un sacco di amici che verranno a trovarci e sì, anche quella lucetta che uso la notte perchè il buio mi fa sempre troppa paura quando sono qui. Ma vado, domani o al massimo dopodomani vado…a riconquistare il centro e a superare le mie paure, che la strada che ho da fare è lunga ed io sono stata rigettata al punto di partenza troppe volte. Ora si va, gambe in spalla, stivali – che-sono-fatti-per-camminare e obiettivi da raggiungere.

Where there’s a will, there’s a way!

Nevica su L’Aquila.

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Nevica sulle vostre coscienze assopite.
Nevica sulla semplicità con cui affrontate la vita e la morte, il bene e il male.
Nevica sulle vostre priorità sbagliate, sì sbaglaite, egoistiche e borghesi.
Nevica sul “So chi è stato!” detto dalla figlia diciasettenne della vittima che è anche figlia dell’assassino.
Nevica sul “Sindaco, chiuderete le scuole domani?”.
Nevica su “hanno bloccato la strada. La colpa è di questi stranieri! Ci manca solo questo problema a-noi-brava-gente-terremotata”.
Nevica sui giornalisti che hanno dovuto sentire questi abomini.
Nevica sui giornalisti che continuano a chiamarli omicidi passionali.
Nevica sugli altri tre figli di Hrjeta e su chi si prenderà cura di loro (chi si prenderà cura di loro?).
Nevica anche su di me, che sono qua a scrivere…ma che mi scrivo? Ma chi mi legge? Ma poi a che serve? Che avrei dovuto prendere la macchina, andare da loro, portargli una cioccolata calda e dargli il mio cuore, che questa notizia mi ha fatto cadere in mano.
Ma nevica, ora nevica.

Il caffè non esiste

il caffè non esisteEccolo qua, fresco di pubblicazione sul loro sito ufficiale, l’ultimo (per ora) lavoro di Visioni Future, collettivo artistico nato dalla passione e professionalità di quattro giovani – sotto i 30 anni – aquilani, determinati a dimostrare che si possono realizzare lavori di alta qualità anche e soprattutto in provincia.

Il cortometraggio in questione “Il caffè non esiste”  vede alla regia Diego La Chioma, videomaker, fotografo e bassista; classe ’83, diplomato all’Accademia dell’Immagine di L’Aquila e da anni attivo nell’ambiente aquilano e romano. La sceneggiatura è di Matteo De Santis, classe ’84, un altro dei fab 4 del collettivo, che dopo la laurea in lettere si è specializzato nei corsi di regia e sceneggiatura di Sentieri Selvaggi (Roma).

Piccola chicca: la presenza nel cast dell’attore Alberto Di Stasio, noto al grande pubblico come Sergio, il produttore truffaldino di Boris.

Questo collettivo e l’idea di voler attrarre le eccellenze artistiche, nel settore dell’audiovisivo, nato in città, ha da subito stuzzicato la mia attenzione, quindi sono certa che tornerò a scrivere di loro e presentarvi i loro lavori.

Quello che segue è solo il trailer del corto, ma a breve spero di poter diffondere (oltre alla curiosità in merito) anche delle date di prossime proiezioni.

Buona visione, dunque e a presto.

Il caffè non esiste TRAILER from Diego La Chioma on Vimeo.

Una piccola discussione filosofica tra uno studente e il suo professore a proposito di una tesi strampalata e un caffè che non esiste.

Regia – Diego La Chioma
Interpreti – Alberto Di Stasio; Stefano Moretti; Andrette Lo Conte
Fotografia – Luca Cococcetta
Soggetto – Matteo De Santis
Sceneggiatura – Matteo De Santis; Diego La Chioma
Interpreti – Alberto Di Stasio; Stefano Moretti
Musiche – Stefano Milella
Montaggio – Diego La Chioma
Audio – Emanuela Cotellessa
Assistente alla regia – Stefano Ianni

Madeleine

L’aria frizzante di questa sera mi ha fatto riaffiorare alla memoria un episodio che risale a tanti, tantissimi anni fa, quando ero una nanerottola bionda e secca (non come adessoehh…).
Avrò avuto non più di tre o quattro anni, il che ci colloca temporalmente nell’anno del Signore 1987/1988 [e fatevi pure i vostri conti].
A L’Aquila c’era la stessa aria frizzante di oggi e io indossavo un Montgomery rosso pesantissimo (che ho odiato per anni, come solo una bambina piccola può odiare un Montgomery pesantissimo) e un cappello di lana bianco – stesso trattamento del capo di cui sopra. Ero mano nella mano con mio padre e camminavamo in una zona del centro conosciuta da tutti gli aquilani come “ju vicolo”. Non ricordo tutti i dettagli di quella passeggiata, dove-andavamo-e-perchè ma ricordo benissimo che ci fermammo e in un attimo vidi uscire dei soldi da una finestrella attaccata al muro (dagli adulti conosciuta come Bancomat) e mio padre prenderli e metterli in tasca.
In un secondo fu l’inferno.
Iniziai a urlare:
“Papààààà che faiiii? Non puoi prenderli! Non sono i nostri!”
Grandi risate – “Mannòò Agnese, lo vedi che ormai sono usciti? Mica li posso lasciare qui! Altrimenti li prende qualcun altro.”
Lì, la disperazione: mio padre era chiaramente un ladro! E giù lacrimoni e singhiozzi
“Noooo papààà noooo! Non voglio che fai il ladro di mestiere! Rimettili dentro!”
Bene. Le due ore seguenti, il povero Claudio Porto del 1988, mio padre – uomo onestissimo – le passò a convincermi, seduti sulle scaline “deju vicolo”, con l’aria frizzante come oggi, che ci avvolgeva e temprava, che quelli erano i nostri soldi e lui non aveva commesso nessun reato.
Morale della Madeleine? L’onestà al limite dell’idiozia e il candore, uniti a una certa quota di “biondagine” sono clamorosamente congeniti e temo irrecuperabili con gli anni.
Sono spacciata!

Vademecum per gli abitanti delle zone a rischio sismico (cioè tutta l’Italia).

Contravvengo, in questo post, a quello che avevo deciso essere la linea del bog: NON trattare il tema terremoto. Ma poi ho capito che…

Zaino
Leggo ora dal nuovo comunicato di Giampalo Giuliani (l’uomo che avrebbe “previsto” il terremoto del 6 Aprile 2009) che il gas radon, nella zona dell’aquilano, è in aumento e potrebbe esserci quindi una buona possibilità del manifestarsi di scosse udibili dalla popolazione.
Ora non sono qui per aprire e chiudere sterili dissertazioni circa l’esattezza o assurdità delle teorie del suddetto, anche perchè non ho nessuno strumento – al di fuori del mio vissuto, che però è soggettivo e non scientifico – per esporre o prendere posizioni in merito. Ne approfitto però per fare qualcosa che può fare bene a tutti – aquilani, emiliani, calabresi, lucani o siciliani – il vademecum dell’abitante delle zone a rischio sismico (cioè tutta l’Italia).
Fare attenzione a piccole accortezze che possono salvarti…la vita!
Innanzitutto in periodi in cui si percepisce un pericolo di questo tipo, dormite con una tuta da casa, al posto del pigiama e lontano da scaffali con libri o soprammobili.
Uno, due, tre.
1) Scegliete un paio di scarpe calde e comode (senza tacchi, senza lacci o simili), che potete indossare in meno di 5 secondi e mettetele accanto al letto.
2) Sul comodino accanto a voi, mettete una torcia eletttrica. Se siete veramente cagasotto come me, andate da Decathlon e comprate la mini torcia ricaricabile da attaccare come portachiavi e lasciatela in borsa. Se volete fare i professionisti, la lampada da campeggio sarà la vera svolta che vi cambierà tutto.
3) Prendete uno zaino o una sacca (meglio lo zaino perchè di più semplice trasporto) e mettete al suo interno:
• una coperta
• una felpa
• una bottiglia d’acqua a persona
• carta igienica, fazzoletti, salviette umide, lenti a contatto giornaliere
• assorbenti (potrebbe tornarvi improvvisamente il ciclo o in casi più gravi può essere utile per tamponare eventuali ferite)
• asciugamani di carta
• CEROTTI E MEDICINE (importantissimi)
• biscotti a lunga scadenza e scatolette di latta (tonno e altre bestiole simili)
• cioccolata (fonte di energia e di endorfine)
• PILE (importantissime)
• adattatori e multipresa
• CARICABATTERIE (importantissimo)
• accendini e coltellino multiuso.
Se abitate in una casa con cancello e garages elettrici, preoccupatevi di mettere le chiavi per sbloccare i meccanismi in un posto dove potrete prenderle facilmente.
Inutile dire che dovete farvi un eventuale piano di fuga interno alla vostra abitazione (no scale, no ascensore, mettersi vicino ai muri portanti – quelli più spessi – lontano da finestre, specchi, sportelli o vetrine. Perfetto sotto un tavolo massiccio) e, una volta fuori sapere dove sono le AREE DI ATTESA, quelle cioè destinate a raccogliere la popolazione, in caso di rischio sismico. Per L’Aquila le trovare elencate in questo articolo: http://www.abruzzo24ore.tv/news/Salgono-a-71-aree-di-attesa-in-caso-di-rischio-sismico/35713.htm
So che tutto ciò può sembrare da un lato allarmistico e dall’altro banale, ma è bene scrivere e ripetersi queste semplici nozioni, perchè possono rivelarsi davvero utili a salvarci…il culetto.
C’è poco da fare, viviamo in una Nazione sismica e molti in città a grande rischio sismico, come la storia recente ci insegna. E’ bene quindi che i cittadini per primi si facciano autoformazione, che sappiano cosa avere e dove andare, quale percorso prendere e quale evitare.
Un’ultima cosa, ma questa è una mia nota personale che può anche non essere presa in considerazione: se qualche scienziato che ha deciso di sottostare al Protettore Civile di turno, vi dice di stare tranquilli e bervi un Montepulciano voi prima toccatevi e fate le macumbe e poi preparate il sacco a pelo per dormire fuori! Eehhehe.
Mi sembrava giusto scrivere queste poche righe sull’argomento perchè spero che possano essere d’aiuto a chi vi si imbatterà, da oggi in poi. Informarsi e formarsi è il primo passo per la propria e altrui sicurezza.

Se vi viene in mente qualcosa che a me è sfuggito, sentitevi liberi di aggiungerlo.