True Love, true massacre.

«Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende…»

Lo screenshot parla da sè. La grande Yoko Ono ha voluto scuotere ancora una volta le coscienze dell’umanità, prendendo una posizione categorica contro l’utilizzo troppo diffuso e leggero delle armi da fuoco, in America. Lo ha fatto, numeri alla mano, nel giorno del suo anniversario di matrimonio con John Lennon, utilizzando l’immagine dei suoi occhiali insanguinati, lo ha fatto con una dichiarazione d’amore eterno che non ha bisogno di ulteriori commenti.

Per conto mio, cappello alla mano: solo tanto rispetto e solo tanta gratitudine.

Flusso di parole da fine del mondo

Ora: 01.19.
Sono seduta sulla stessa sedia, accanto allo stesso tavolo, nella stessa posizione esatta di quando è finito il mondo.
Nonno mi diceva: ” Quando ero giovane, ho fatto il partigiano. Ho vissuto la guerra e non potevo far altro che fare il partigiano. Avrei potuto fare il fascista, ma quelli avevano distrutto il mio paese e la mia terra, quindi in fine potevo fare solo il partigiano…e andavo per campi a portare il cibo ai combattenti che si nascondevano in montagna…”.
Quando il terremoto ha fatto finire il mondo, io ero seduta proprio in questa sedia, accanto a questo tavolo ed ero proprio nella stessa posizione di ora. Ero giovane, meno di mio nonno all’epoca della sua fine del mondo, ma più di me oggi. Meno di me quando una pirata della strada ha ucciso mio padre – e ha fatto finire il mondo – ma anche meno di me oggi, che aspetto la fine del mondo.
Quella volta che mi hanno fatto l’anestesia generale, diciamo l’ultima…per prendere un esempio, quella volta, per qualche ora è finito il mondo, io non c’ero e quindi il mondo neanche.
Quando sono nata è sicuramente finito il mio mondo fatto di liquido e calore, lì ho pianto, ero saggia, appena nata, sapevo che quel mondo era proprio finito.
Ora che sono qui, seduta-alla-stessa-sedia-accanto-allo-stesso-tavolo-nella-stessa-posizione di quando è finito il mondo mi accorgo che ho sonno, ma non sono stanca. Aspetto la fine del mondo e ho sonno. Non è una pre-anestesia, è solo sonno arretrato.
Io so che la fine del mondo non mi fa paura. Non so quanto sarei pronta ad affrontare un’altra fine del mondo, l’allenamento non manca, ma ci vuole fiato e io non sono mai riuscita a smettere di fumare, ho diminuito, ma non posso proprio smettere, sarebbe un’ulteriore fine di un mondo.
Sono qui: luci accese e iPad sotto le mani, penso alla fine del mondo e a quanto la sua principale qualità stia nel rendere tutti partigiani. Quando finisce il mondo e tu stai lì tra le macerie (reali o metaforiche che siano) c’è poca chiacchiera da fare: pala, piccone, stucco e buona volontà; libri, cultura, conoscenza e consapevolezza; umiltà, partecipazione e indipendenza; idealismo, progettualità e pratica…e tanta, tanta psicoterapia.
Quindi sto ancora due minuti qua e penso alla fine del mondo, finisco la mia ultima cena, da attesa di fine del mondo; fumerei, ma non lo farò, mi sono imposta di non farlo dentro casa, piccole conquiste della consapevolezza: pratica del rigore post fine del mondo.
Sono qua e aspetto il meglio che deve ancora venire, che devo ancora costruire: ambiziosa, consapevole, rediviva partigiana del XXI secolo, post apocalittica, post rock e stasera anche un pò post sbronza.
Brigitte Niedermair

Madeleine

L’aria frizzante di questa sera mi ha fatto riaffiorare alla memoria un episodio che risale a tanti, tantissimi anni fa, quando ero una nanerottola bionda e secca (non come adessoehh…).
Avrò avuto non più di tre o quattro anni, il che ci colloca temporalmente nell’anno del Signore 1987/1988 [e fatevi pure i vostri conti].
A L’Aquila c’era la stessa aria frizzante di oggi e io indossavo un Montgomery rosso pesantissimo (che ho odiato per anni, come solo una bambina piccola può odiare un Montgomery pesantissimo) e un cappello di lana bianco – stesso trattamento del capo di cui sopra. Ero mano nella mano con mio padre e camminavamo in una zona del centro conosciuta da tutti gli aquilani come “ju vicolo”. Non ricordo tutti i dettagli di quella passeggiata, dove-andavamo-e-perchè ma ricordo benissimo che ci fermammo e in un attimo vidi uscire dei soldi da una finestrella attaccata al muro (dagli adulti conosciuta come Bancomat) e mio padre prenderli e metterli in tasca.
In un secondo fu l’inferno.
Iniziai a urlare:
“Papààààà che faiiii? Non puoi prenderli! Non sono i nostri!”
Grandi risate – “Mannòò Agnese, lo vedi che ormai sono usciti? Mica li posso lasciare qui! Altrimenti li prende qualcun altro.”
Lì, la disperazione: mio padre era chiaramente un ladro! E giù lacrimoni e singhiozzi
“Noooo papààà noooo! Non voglio che fai il ladro di mestiere! Rimettili dentro!”
Bene. Le due ore seguenti, il povero Claudio Porto del 1988, mio padre – uomo onestissimo – le passò a convincermi, seduti sulle scaline “deju vicolo”, con l’aria frizzante come oggi, che ci avvolgeva e temprava, che quelli erano i nostri soldi e lui non aveva commesso nessun reato.
Morale della Madeleine? L’onestà al limite dell’idiozia e il candore, uniti a una certa quota di “biondagine” sono clamorosamente congeniti e temo irrecuperabili con gli anni.
Sono spacciata!