Il trionfo di Mohamed

Ieri sono capitata alla festa di laurea di Mohamed, un ragazzo arabo-israeliano, nato e cresciuto nello stesso paesino di Michelone, il suo connazionale rimasto ucciso dalla casa dello studente il 6 aprile 2009, uno dei suoi migliori amici. Nel bel mezzo dei festeggiamenti – in pieno stile arabo, con musiche e balli – Mumu ha preso per mano la madre e l’ha trascinata in danze folli. La signora rideva e ballava, un po’ forse vergognandosi. Ad un tratto, mentre danzavano, si è commossa ed è scoppiata a piangere, abbracciando forte suo figlio. Ed io ho pensato agli anni che ha passato avendo un figlio – oggi dentista – lontano da casa, in una terra devastata dal terremoto; ai sacrifici fatti perché potesse realizzare il suo sogno, alla volontà di tenerlo lontano da guerre e odio e alla fortuna di averlo ancora lì, con la corona d’alloro sulla testa, la gioia vera, profonda negli occhi e il futuro davanti a sé, nonostante tutto. Ho dovuto tirare in ballo tutto il mio cinismo per non scoppiare a piangere dopo di lei. È stata dura. È stata una delle cose più belle capitate negli ultimi anni, vedere Mumu preso in braccio, in segno di trionfo dai suoi amici.

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La cura

Non era scontato che sopravvivessimo, tutti noi che siamo sopravvissuti. Di certo non siamo rimasti illesi e ancor più certo è che non siamo guariti. Non si guarisce mai dall’essere terremotati, così come non si smette mai di morire per lo stesso motivo, almeno in Italia.

Una cosa però è certa: ogni mattina, da cinque anni a questa parte, mi sveglio e lancio il mio cuore oltre l’ostacolo. Ogni mattina mi sveglio e mi impongo di essere felice, perché è indecente vivere nella tristezza, quando si è al mondo.
Un giorno, quando sarà giunta la mia ora, incontrerò tutte e 309 le persone che non sono sopravvissute – anche quella bambina che non ha fatto in tempo a nascere – e dirò loro: “Scusatemi, non ho scelto io di vivere quella notte, è capitato così…ma dall’alba seguente l’ho scelto ogni giorno, o almeno ci ho provato sempre. Ho vissuto molto, viaggiato mai abbastanza, sognato e costruito tutto quello che ho potuto, ho amato e amo profondamente, mi sono arrabbiata con passione e tenacia e qualche volta ho anche fallito…succede. Però ogni giorno, anche nei più bui, mi sono imposta un rigidissimo regime di felicità. Bisogna essere molto rigorosi in questo. Scusate, se il destino ha scelto me e non voi per viviere e per farmi lacrimare gli occhi al sole; scusate, se io ho potuto mangiare la granita e tenere per mano il mio compagno e non voi il vostro. Scusatemi per tutti i fiori raccolti e per quelli ricevuti, che non ornano la mia tomba, ma profumano la mia casa…perdonatemi davvero, ma io ne sono stata felice ogni giorno e ogni giorno mi sono raccontata di esserlo un po’ anche per voi”.

Questo dirò loro, quando sarà il mio momento, ma fino ad allora (e spero che passeranno ancora decenni) la cura al mio essere terremotata sarà questa: la quotidiana scalata alla felicità. Anche oggi, soprattutto oggi.

Il sorriso, nel luglio 2009, per aver ritrovato una collana, all'interno della mia casa terremotata.

Il sorriso, nel luglio 2009, per aver ritrovato una collana, all’interno della mia casa terremotata.

Lo specchio

Sì, mi ricordo quella parete
nella nostra città rasa al suolo.
Si ergeva fin quasi al sesto piano.
Al quarto c’era uno specchio,
uno specchio assurdo
perché intatto, saldamente fissato.

Non rifletteva più nessuna faccia,
nessuna mano a ravvivare chiome,
nessuna porta dirimpetto,
nulla cui possa darsi il nome
”luogo”.

Era come durante le vacanze –
vi si rispecchiava il cielo vivo,
nubi in corsa nell’aria impetuosa,
polvere di macerie lavata dalla pioggia
lucente, e uccellini in volo, le stelle, il sole all’alba.

E così, come ogni oggetto fatto bene,
funzionava in modo inappuntabile,
con professionale assenza di stupore.

“Basta così” – Wisława Szymborska

Lo specchio

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Vademecum per gli abitanti delle zone a rischio sismico (cioè tutta l’Italia).

Contravvengo, in questo post, a quello che avevo deciso essere la linea del bog: NON trattare il tema terremoto. Ma poi ho capito che…

Zaino
Leggo ora dal nuovo comunicato di Giampalo Giuliani (l’uomo che avrebbe “previsto” il terremoto del 6 Aprile 2009) che il gas radon, nella zona dell’aquilano, è in aumento e potrebbe esserci quindi una buona possibilità del manifestarsi di scosse udibili dalla popolazione.
Ora non sono qui per aprire e chiudere sterili dissertazioni circa l’esattezza o assurdità delle teorie del suddetto, anche perchè non ho nessuno strumento – al di fuori del mio vissuto, che però è soggettivo e non scientifico – per esporre o prendere posizioni in merito. Ne approfitto però per fare qualcosa che può fare bene a tutti – aquilani, emiliani, calabresi, lucani o siciliani – il vademecum dell’abitante delle zone a rischio sismico (cioè tutta l’Italia).
Fare attenzione a piccole accortezze che possono salvarti…la vita!
Innanzitutto in periodi in cui si percepisce un pericolo di questo tipo, dormite con una tuta da casa, al posto del pigiama e lontano da scaffali con libri o soprammobili.
Uno, due, tre.
1) Scegliete un paio di scarpe calde e comode (senza tacchi, senza lacci o simili), che potete indossare in meno di 5 secondi e mettetele accanto al letto.
2) Sul comodino accanto a voi, mettete una torcia eletttrica. Se siete veramente cagasotto come me, andate da Decathlon e comprate la mini torcia ricaricabile da attaccare come portachiavi e lasciatela in borsa. Se volete fare i professionisti, la lampada da campeggio sarà la vera svolta che vi cambierà tutto.
3) Prendete uno zaino o una sacca (meglio lo zaino perchè di più semplice trasporto) e mettete al suo interno:
• una coperta
• una felpa
• una bottiglia d’acqua a persona
• carta igienica, fazzoletti, salviette umide, lenti a contatto giornaliere
• assorbenti (potrebbe tornarvi improvvisamente il ciclo o in casi più gravi può essere utile per tamponare eventuali ferite)
• asciugamani di carta
• CEROTTI E MEDICINE (importantissimi)
• biscotti a lunga scadenza e scatolette di latta (tonno e altre bestiole simili)
• cioccolata (fonte di energia e di endorfine)
• PILE (importantissime)
• adattatori e multipresa
• CARICABATTERIE (importantissimo)
• accendini e coltellino multiuso.
Se abitate in una casa con cancello e garages elettrici, preoccupatevi di mettere le chiavi per sbloccare i meccanismi in un posto dove potrete prenderle facilmente.
Inutile dire che dovete farvi un eventuale piano di fuga interno alla vostra abitazione (no scale, no ascensore, mettersi vicino ai muri portanti – quelli più spessi – lontano da finestre, specchi, sportelli o vetrine. Perfetto sotto un tavolo massiccio) e, una volta fuori sapere dove sono le AREE DI ATTESA, quelle cioè destinate a raccogliere la popolazione, in caso di rischio sismico. Per L’Aquila le trovare elencate in questo articolo: http://www.abruzzo24ore.tv/news/Salgono-a-71-aree-di-attesa-in-caso-di-rischio-sismico/35713.htm
So che tutto ciò può sembrare da un lato allarmistico e dall’altro banale, ma è bene scrivere e ripetersi queste semplici nozioni, perchè possono rivelarsi davvero utili a salvarci…il culetto.
C’è poco da fare, viviamo in una Nazione sismica e molti in città a grande rischio sismico, come la storia recente ci insegna. E’ bene quindi che i cittadini per primi si facciano autoformazione, che sappiano cosa avere e dove andare, quale percorso prendere e quale evitare.
Un’ultima cosa, ma questa è una mia nota personale che può anche non essere presa in considerazione: se qualche scienziato che ha deciso di sottostare al Protettore Civile di turno, vi dice di stare tranquilli e bervi un Montepulciano voi prima toccatevi e fate le macumbe e poi preparate il sacco a pelo per dormire fuori! Eehhehe.
Mi sembrava giusto scrivere queste poche righe sull’argomento perchè spero che possano essere d’aiuto a chi vi si imbatterà, da oggi in poi. Informarsi e formarsi è il primo passo per la propria e altrui sicurezza.

Se vi viene in mente qualcosa che a me è sfuggito, sentitevi liberi di aggiungerlo.