«Quello che vorrei continuare a dire alle donne, anche dopo la mia morte, è di non perdere mai il rispetto di se stesse, di avere dignità. Sempre. Ripensando alla mia vita non ho mai permesso che mi si mancasse di rispetto».

Dario-Fo-e-Franca-RameFranca Rame – Monologo “Lo stupro”

Il 9 marzo del 1973 Franca Rame fu aggredita, trascinata su un furgone e violentata, a Milano, da un gruppo di neofascisti, protetti se non  inviati da una parte deviata dei Carabinieri. La Rame affrontò e superò questa drammatica esperienza, due anni dopo, con il monologo “Lo stupro”.

Era il 1975 e lei portò a teatro questa straziante testimonianza, senza dichiarare di averla vissuta in prima persona. Si racconta che alcune spettatrici si sentirono male, svenendo durante la rappresentazione. Nel 1988, invitata da Adriano Celentano a Fantastico, lo recitò in diretta su Rai1.

Fonte: il sito ufficiale di Franca Rame.

Al centro dello spazio scenico vuoto, una sedia.
PROLOGO

FRANCA RAME: Ancora oggi, proprio per l’imbecille mentalità corrente, una donna convince veramente di aver subito violenza carnale contro la sua volontà, se ha la “fortuna” di presentarsi alle autorità competenti pestata e sanguinante, se si presenta morta è meglio! Un cadavere con segni di stupro e sevizie dà più garanzie. Nell’ultima settimana sono arrivate al tribunale di Roma sette denunce di violenza carnale.
Studentesse aggredite mentre andavano a scuola, un’ammalata aggredita in ospedale, mogli separate sopraffatte dai mariti, certi dei loro buoni diritti. Ma il fatto più osceno è il rito terroristico a cui poliziotti, medici, giudici, avvocati di parte avversa sottopongono una donna, vittima di stupro, quando questa si presenta nei luoghi competenti per chiedere giustizia, con l’illusione di poterla ottenere. Questa che vi leggo è la trascrizione del verbale di un interrogatorio durante un processo per stupro, è tutto un lurido e sghignazzante rito di dileggio.
MEDICO Dica, signorina, o signora, durante l’aggressione lei ha provato solo disgusto o anche un certo piacere… una inconscia soddisfazione?
POLIZIOTTO Non s’è sentita lusingata che tanti uomini, quattro mi pare, tutti insieme, la desiderassero tanto, con così dura passione?
GIUDICE È rimasta sempre passiva o ad un certo punto ha partecipato?
MEDICO Si è sentita eccitata? Coinvolta?
AVVOCATO DIFENSORE DEGLI STUPRATORI Si è sentita umida?
GIUDICE Non ha pensato che i suoi gemiti, dovuti certo alla sofferenza, potessero essere fraintesi come espressioni di godimento?
POLIZIOTTO Lei ha goduto?
MEDICO Ha raggiunto l’orgasmo?
AVVOCATO Se sì, quante volte?

Il brano che ora reciterò è stato ricavato da una testimonianza apparsa sul “Quotidiano Donna” [del 1973 ndr], testimonianza che vi riporto testualmente.

Si siede sull’unica sedia posta nel centro del palcoscenico.

FRANCA C’è una radio che suona… ma solo dopo un po’ la sento. Solo dopo un po’ mi rendo conto che c’è qualcuno che canta. Sì, è una radio. Musica leggera: cielo stelle cuore amore… amore…
Ho un ginocchio, uno solo, piantato nella schiena… come se chi mi sta dietro tenesse l’altro appoggiato per terra… con le mani tiene le mie, forte, girandomele all’incontrario. La sinistra in particolare.
Non so perché, mi ritrovo a pensare che forse è mancino. Non sto capendo niente di quello che mi sta capitando.
Ho lo sgomento addosso di chi sta per perdere il cervello, la voce… la parola. Prendo coscienza delle cose, con incredibile lentezza… Dio che confusione! Come sono salìta su questo camioncino? Ho alzato le gambe io, una dopo l’altra dietro la loro spinta o mi hanno caricata loro, sollevandomi di peso?
Non lo so.
È il cuore, che mi sbatte così forte contro le costole, ad impedirmi di ragionare… è il male alla mano sinistra, che sta diventando davvero insopportabile. Perché me la storcono tanto? Io non tento nessun movimento. Sono come congelata.
Ora, quello che mi sta dietro non tiene più il suo ginocchio contro la mia schiena… s’è seduto comodo… e mi tiene tra le sue gambe… fortemente… dal di dietro… come si faceva anni fa, quando si toglievano le tonsille ai bambini.
L’immagine che mi viene in mente è quella. Perché mi stringono tanto? Io non mi muovo, non urlo, sono senza voce. Non capisco cosa mi stia capitando. La radio canta, neanche tanto forte. Perché la musica? Perché l’abbassano? Forse è perché non grido.
Oltre a quello che mi tiene, ce ne sono altri tre. Li guardo: non c’è molta luce… né gran spazio… forse è per questo che mi tengono semidistesa. Li sento calmi. Sicurissimi. Che fanno? Si stanno accendendo una sigaretta.
Fumano? Adesso? Perché mi tengono così e fumano?
Sta per succedere qualche cosa, lo sento… Respiro a fondo… due, tre volte. Non, non mi snebbio… Ho solo paura…
Ora uno mi si avvicina, un altro si accuccia alla mia destra, l’altro a sinistra. Vedo il rosso delle sigarette. Stanno aspirando profondamente.
Sono vicinissimi.
Sì, sta per succedere qualche cosa… lo sento.
Quello che mi tiene da dietro, tende tutti i muscoli… li sento intorno al mio corpo. Non ha aumentato la stretta, ha solo teso i muscoli, come ad essere pronto a tenermi più ferma. Il primo che si era mosso, mi si mette tra le gambe… in ginocchio… divaricandomele. È un movimento preciso, che pare concordato con quello che mi tiene da dietro, perché subito i suoi piedi si mettono sopra ai miei a bloccarmi.
Io ho su i pantaloni. Perché mi aprono le gambe con su i pantaloni? Mi sento peggio che se fossi nuda!
Da questa sensazione mi distrae un qualche cosa che subito non individuo… un calore, prima tenue e poi più forte, fino a diventare insopportabile, sul seno sinistro.
Una punta di bruciore. Le sigarette… sopra al golf fino ad arrivare alla pelle.
Mi scopro a pensare cosa dovrebbe fare una persona in queste condizioni. Io non riesco a fare niente, né a parlare né a piangere… Mi sento come proiettata fuori, affacciata a una finestra, costretta a guardare qualche cosa di orribile.
Quello accucciato alla mia destra accende le sigarette, fa due tiri e poi le passa a quello che mi sta tra le gambe. Si consumano presto.
Il puzzo della lana bruciata deve disturbare i quattro: con una lametta mi tagliano il golf, davanti, per il lungo… mi tagliano anche il reggiseno… mi tagliano anche la pelle in superficie. Nella perizia medica misureranno ventun centimetri. Quello che mi sta tra le gambe, in ginocchio, mi prende i seni a piene mani, le sento gelide sopra le bruciature…
Ora… mi aprono la cerniera dei pantaloni e tutti si dànno da fare per spogliarmi: una scarpa sola, una gamba sola.
Quello che mi tiene da dietro si sta eccitando, sento che si struscia contro la mia schiena.
Ora quello che mi sta tra le gambe mi entra dentro. Mi viene da vomitare.
Devo stare calma, calma.
“Muoviti, puttana. Fammi godere”. Io mi concentro sulle parole delle canzoni; il cuore mi si sta spaccando, non voglio uscire dalla confusione che ho. Non voglio capire. Non capisco nessuna parola… non conosco nessuna lingua. Altra sigaretta.
“Muoviti puttana fammi godere”.
Sono di pietra.
Ora è il turno del secondo… i suoi colpi sono ancora più decisi. Sento un gran male.
“Muoviti puttana fammi godere”.
La lametta che è servita per tagliarmi il golf mi passa più volte sulla faccia. Non sento se mi taglia o no.
“Muoviti, puttana. Fammi godere”.
Il sangue mi cola dalle guance alle orecchie.
È il turno del terzo. È orribile sentirti godere dentro, delle bestie schifose.
“Sto morendo, – riesco a dire, – sono ammalata di cuore”.
Ci credono, non ci credono, si litigano.
“Facciamola scendere. No… sì…” Vola un ceffone tra di loro. Mi schiacciano una sigaretta sul collo, qui, tanto da spegnerla. Ecco, lì, credo di essere finalmente svenuta.
Poi sento che mi muovono. Quello che mi teneva da dietro mi riveste con movimenti precisi. Mi riveste lui, io servo a poco. Si lamenta come un bambino perché è l’unico che non abbia fatto l’amore… pardon… l’unico, che non si sia aperto i pantaloni, ma sento la sua fretta, la sua paura. Non sa come metterla col golf tagliato, mi infila i due lembi nei pantaloni. Il camioncino si ferma per il tempo di farmi scendere… e se ne va.
Tengo con la mano destra la giacca chiusa sui seni scoperti. È quasi scuro. Dove sono? Al parco. Mi sento male… nel senso che mi sento svenire… non solo per il dolore fisico in tutto il corpo, ma per lo schifo… per l’umiliazione… per le mille sputate che ho ricevuto nel cervello… per lo sperma che mi sento uscire. Appoggio la testa a un albero… mi fanno male anche i capelli… me li tiravano per tenermi ferma la testa. Mi passo la mano sulla faccia… è sporca di sangue. Alzo il collo della giacca.
Cammino… cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura.
Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. I polizioti… gente ce entra, che esce… Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido…
Torno a casa… torno a casa… Li denuncerò domani.

Buio.

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Niente parole di commiato, inopportune rispetto alle tue. Solo: GRAZIE.

Corri! (A scaricare il nuovo singolo di Dargen D’Amico)

dargenE’ uscito ieri ed è bellissimo! Cosa? Continua a correre, il nuovo singolo di Dargen D’Amico feat. Andrea Nardinocchi, che precede di qualche settimana il nuovo (e da me attesissimo) album Vivere aiuta a non morire, la cui uscita è prevista per fine aprile [label Giada Mesi, distribuzione Universal].

continua a correreIl brano del nostro “cantautore rap” preferito è disponibile in download digitale su iTunes [Cliccate QUI, grazie] e a breve uscirà anche il video, anticipato da un teaser che potete già trovare su Youtube. Per chi scaricherà legalmente il singolo c’è un bel regalo: una versione speciale mixata da Zen Marque. Chi si nasconda dietro questo pseudonimo, non è dato saperlo (per ora) ma lo stesso Dargen ha scritto, nella sua pagina facebook che si tratta di “uno dei migliori produttori italiani che però ha preferito comparire con uno pseudonimo (che gli ho trovato io per pochi euro) per il timore di perdere clienti/street-credibility accostando il proprio nome al mio: è una storia vera”. – Infatti è una vera bomba.

Per chi fosse “in bolletta” o non volesse scaricarlo prima di averlo ascoltato, vi comunico che il singolo (senza remix) è già su Spotify e quindi potrete sfiziarvi lì, e farvi un’idea.

Fin qui ho scritto quello che qualsiasi altro sito – molto più accreditato di me – poteva dirvi, ma io da qui parto per spendere due righe in più sul tema trattato da questo bellissimo brano, tema a me molto caro: la violenza sulle donne.

E’ un brano questo che esce qualche settimana dopo il giorno di San Valentino, giorno nel quale qualcuno ha pensato bene di sparare alla propria fidanzata, uccidendola; brano che esce nel pieno di un’emergenza sicuramente non solo italiana, ma che qui sta prendendo una dimensione allarmante e dalle tinte che vanno molto oltre il fosco. Dargen ne parla, Riccardo Iacona ne parla, più o meno negli stessi giorni, ed entrambi lo fanno in modo esemplare. A me sta bene anche solo questo: che se ne parli e che ognuno, con i propri strumenti, sollevi il problema.
Ecco perchè ho scritto ancora di Dargen, a poca distanza dal mio primo post su un altro suo brano, perchè sarebbe bello se in tanti scaricassimo e ascoltassimo Continua a correre – che vi giuro, è bellissima- mentre aspettiamo l’uscita dell’album. Ascoltarla di tanto in tanto (non è una canzone leggera, com’è giusto che sia) e ricordarci di affrontare anche argomenti difficili da digerire, nella migliore tradizione rap.
Vi lascio con una frase estratta da Continua a correre:
“Questa è dedicata a ogni donna incattivita, dalla mantenuta alla trattenuta in cattività, non ti chiedo come ti sei fatta quella ferita, so che tanto non mi diresti la verità”.
P.S.:
dipartimento_pari_opportunita

Nevica su L’Aquila.

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Nevica sulle vostre coscienze assopite.
Nevica sulla semplicità con cui affrontate la vita e la morte, il bene e il male.
Nevica sulle vostre priorità sbagliate, sì sbaglaite, egoistiche e borghesi.
Nevica sul “So chi è stato!” detto dalla figlia diciasettenne della vittima che è anche figlia dell’assassino.
Nevica sul “Sindaco, chiuderete le scuole domani?”.
Nevica su “hanno bloccato la strada. La colpa è di questi stranieri! Ci manca solo questo problema a-noi-brava-gente-terremotata”.
Nevica sui giornalisti che hanno dovuto sentire questi abomini.
Nevica sui giornalisti che continuano a chiamarli omicidi passionali.
Nevica sugli altri tre figli di Hrjeta e su chi si prenderà cura di loro (chi si prenderà cura di loro?).
Nevica anche su di me, che sono qua a scrivere…ma che mi scrivo? Ma chi mi legge? Ma poi a che serve? Che avrei dovuto prendere la macchina, andare da loro, portargli una cioccolata calda e dargli il mio cuore, che questa notizia mi ha fatto cadere in mano.
Ma nevica, ora nevica.

PER ESSERE VIVA – Avvolte

«Per essere viva non ti basterà respirare» è il ritornello del nuovo singolo degli Avvolte, che tornano, a strettissimo giro, a occuparsi di temi legati al sociale (in questo caso della violenza sulle donne) – dopo l’uscita del video di “Nessuna rete”. 
I due brani sono estratti dall’album “L’essenziale è invisibile agli occhi” che potete trovare scaricabile sul loro sito. Il video di “Per essere viva” esce oggi in anteprima sul sito di XL Repubblica (fonte da cui ho preso la notizia e il link).



video diretto da Francesco Dinolfo.

Ora, so di parlare spessissimo di politica e violenza sulle donne e che preferireste leggere cose più lievi, BUT…ci sono alcuni argomenti che proprio non posso trascurare (purtroppo per voi, questo è uno di quelli) quindi cercherò quanto più possibile di farlo se non con leggerezza, almeno con un pò di Rock.

Postfazione:
Da oggi, 9 gennaio 2013, l’album è ascoltabile sul sito di Rockit.it.
Buon ascolto.

Sfogo domenicale

Mentre Monti si dimette, Berlusconi torna, Ferruccio De Bortoli scrive pezzi stucchevoli sul fatto che Monti si dimette e Berlusconi torna; ieri è stata uccisa l’ennesima donna dal proprio ex, che aveva denunciato per 3 volte negli anni precedenti. Ed è la numero…? 118? E i lavoratori che muoiono ogni giorno? A che numero siamo arrivati? Quante sono le persone morte SUL lavoro o DI lavoro? Quante e quanti ancora moriranno di miseria, umana, economica e sociale, dovuta anche all’attuale stato di crisi (dei poveri, che i ricchi stanno solo un pò peggio)? Chi paga davvero il prezzo di tutto ciò? Ma noi siamo qui, in questa fredda domenica invernale e “piangiamo” per Monti che si dimette e Berlusconi che torna… ah! Questo si, caro De Bortoli e cari giornalisti italiani, è avere il polso della nazione!

A proposito della violenza sulle donne e stalking.


Oggi, 25 novembre, è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. In molte città d’Italia, nei vari centri antiviolenza ci saranno incontri e discussioni. Bene! È un bene che se ne parli, è un bene che se ne discuta, che si coinvolgano giovani, giovanissime, uomini e ragazzi…che si faccia educazione in materia. Basta? No. Basterà negli anni? Forse no, ma io ci conto.

Troppi anni di maschilismo, troppi di cultura della donna vista come una proprietà, non verranno sconfitti con qualche decennio (dal 1981 ad oggi) di retta via. Siamo una nazione ancora troppo giovane in fatto di pari diritti ed euguaglianza tra i sessi.
L’altro clamoroso male della nostra terra, endemico e – questo sì- inestirpabile è il mammismo. “Mio figlio è un bravo ragazzo, è solo debole”, “Mio figlio non è violento, ma soffre tanto”, “Mio figlio non è cattivo, ma non sa accettare i no”, ecc…
Anche su questo bisognerebbe fare educazione ma solo alle donne, solo alle madri di figli viziati, deboli, egocentrici, frustrati, malati o sani che siano, ma comunque pericolosi. Bisognerebbe fargli ammettere: “Mio figlio è un persecutore”, “Mio figlio è uno stalker”, “Mio figlio va aiutato, ma intanto lo devo tenere lontano da lei (la vittima)”, “Mio figlio ha un problema relazionale”, ecc…
Voglio affrontare qui un solo aspetto, tra i molteplici che riguardano la violenza sulle donne, il più “leggero”– a sentire di molti – perchè non prevede le botte e le sopraffazioni, ma che comunque coinvolge un altissimo numero di donne in Italia e manda le proprie vittime in uno stato di ansia permanente e sempre crescente: Lo Stalking.
Ma cos’è lo stalking? Quanto scritto nell’art. 612 bis del Codice Penale del Decreto Legge del 23 Febbraio 2009 n. 11 descrive quello che la sempre-troppo-tardiva attuale legislazione, definisce reato, ma non è sufficente a tutelare nuove e bizzarre forme di persecuzione.
Leggiamo ad esempio: “…chiunque, con condotta reiterata, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita”.
E ancora:
“Accanto alla reiterazione degli atti, per la consumazione del reato è altresì necessaria la produzione di almeno uno degli eventi menzionati dalla norma, ovvero:
a) un perdurante e grave stato di ansia o di paura nella vittima;
b) un fondato timore per l’incolumità propria, di un prossimo congiunto o di persona legata alla vittima da una relazione affettiva…”.
Secondo la legge dunque il mio stalker NON è uno stalker.
Lui non mi minaccia, non minaccia i miei familiari nè i miei amici. Un giorno, se continuerò a far finta che lui non faccia nulla, che lui non esista, un giorno forse evolverà in questo, ma non oggi.
Il mio stalker mi segue, neanche troppo fisicamente, lo fa quotidianamente attraverso facebook e non attraverso il mio facebook (l’ho ovviamente bloccato), ma tramite quello di tutte le persone che mi sono intorno (amici, parenti, ragazzi che ho frequentato). Il mio stalker avvicina tutte le persone che frequento e che conosco, ha iniziato (da luglio scorso) a farsi vedere nei locali nei quali vado abitualmente e che lui non aveva mai frequentato “ma sono luoghi pubblici e può andare dove vuole”, aggiunge con estrema precisione tutte le persone con le quali mi vede parlare “ma facebook è un social network e lo può fare”, viene a sapere che vado a un concerto a Roma ed è lì, solo, con la sua birra sempre in mano, la sua follia negli occhi e nei passi e il suo finto buonismo che mi fanno sempre più paura. E’ sempre dietro di me, anche quando non c’è, perchè lo fa nell’etereo mondo della rete.
Non mi scrive più sms nè mail, nelle quali mi invitava a vederci e dopo i miei rifiuti mi pregava e dopo altri rifiuti m’intimava e dopo ulteriori rifiuti mi offendeva e poi si scusava per ricominciare da capo – PERCHÈ IL MIO STALKER È UN PASSIVO AGGRESSIVO – ma ce ne sono di tutti i tipi.
La scorsa estate, ad agosto, gli intimai di cancellare dal social network alcuni mie amici (tra i miei più stretti, con i quali non ha nulla da spartire) la risposta sono stati insulti e una nuova splendida forma di ricatto: la teoria secondo la quale io lo calunniavo(con il fantasma di una denuncia di questo tipo a mio carico). Non cancellò nessuno, al di fuori di un ragazzo, che poi ha riaggiunto. Il mese dopo, mi sono gettata l’orgoglio sotto i piedi e ho chiamato personalmente ognuno dei miei amici spiegando loro la vicenda e chiedendo loro di cancellare o bloccare “lui” su facebook. Lo hanno fatto tutti. Venti persone non hanno battuto ciglio nel farlo, non mi hanno chiesto nulla di più di quanto riferito da me. A quel punto si è fatto prendere da un moto d’orgoglio, lo stalker, e ha tolto due miei amici stretti dal suo account, salvo riaggiungerli dopo pochi giorni con la scusa di non essersene accorto, di averlo fatto per errore. Mi hanno riferito tutto seduta stante. È di oggi la notizia che ha iniziato a seguire gli aggiornamenti di mio zio, dell’altro ieri il pedinamento a un concerto in un locale romano e c’è da giurarci che la settimana prossima lo troverò nuovamente all’opera a tentare altri sgraditi approcci.
Perchè vi racconto i fatti miei?  Perchè devo reagire.
La legge, non mi tutelerà, forse lo farà con mia nipote quando avrà la mia età, ma oggi non mi garantisce nulla in merito a quanto detto sino ad ora. Almeno non nel mio caso.
Ora posso aspettare che lo stalker – che ormai disprezzo – arrivi a presentarsi sotto casa o a minacciarmi realmente e allora lo potrò denunciare, posso aspettare che mi denunci lui per diffamazione, oppure posso scrivre del mio caso di  fuorilegge fuori dalle leggi. Per risolvere questo problema mi basterebbe poco: basterebbe che la legge gli impedisse di usare indiscriminatamente i social networks, che ormai fanno parte della vita di tutti, che gli impedisse di avvicinarsi a me e a chi mi è vicino di – che so – 300 mt. Io, in una scala numerica di gravità sono a uno step 5 di pericolo, perchè devo arrivare a 7 o 8 o 9 per essere definita vittima di stalking? Perchè non allertarsi prima? Perchè non basta dire: “Non gradisco la tua presenza nella mia vita e in quella dei miei amici”per essere rispettata e se non da persone malate, almeno dalla giustizia? Intanto mi faccio accompagnare al cinema, a teatro, a riprendere la macchina e ogni macchina che mi segue “troppo” per i miei gusti mi fa accostare e aspettare che passi. Come la sua follia.