Facciamo il punto

E’ passato più di un mese dal mio ultimo post: vergogna! Un mese nel quale è accaduto di tutto, ho lavorato molto, ho traslocato – come sapete – e mi sono ritrovata con neanche un momento libero da dedicare al blog. In aggiunta a questo mi sono posta molte domande sull’esistenza stessa di Where there’s a will: “Che apro a fare un blog, se non sono una studiosa che parla di letteratura, di cinema d’essai o di Odin Teatret, in maniera approfondita e inserita all’interno di un ampio discorso intellettuale?” oppure: “Cosa posso apportare alla blogosfera con le mie storie scritte?” o anche: “Che utilità può avere un blog personale e generalista, come il mio, inserito in un mondo di blog personali e generalisti?”, ecc…
La risposta è semplice e lapidaria: nessuno. Nessuna migliorìa alla blogosfera (anzi, un po’ di traffico in più), nessun apporto di vera caratura, in un mondo del web italiano che vanta la presenza di blog come quelli di Paolo Nori, Minima et Moralia, Finzioni, ecc… o di taglio giornalistico specifico come La 27a Ora o i molti e interessanti blog di viaggio o di cucina…e via discorrendo. Domine non sum digna! Nessuna visione nuova ed originale verrà proposta abitualmente qui, salvo qualche agognata e fulminea illuminazione di un momento. Molto probabilmente nessuno scoop vedrà qui il suo primo lancio nel web…eppure questo blog c’è e qualcuno (sempre voi, miei tredici affezionati) lo legge, lo commenta, passa qualche tempo a scovare tra le righe pezzi di me, che scrivo.
Umiltà dunque. Umiltà e determinazione, nel portare avanti questo piccolo contenitore. Autocritica per poterlo migliorare ogni giorno di più, arricchendolo di spunti, riflessioni e parlando di quello che ritengo interessante e meritevole di attenzione.
Io non sono migliore o diversa da qualsiasi mio coetaneo italiano che vive questi anni con pochi soldi, un passato non troppo lungo alle spalle (più o meno tormentato) e un futuro composto da tanti sogni impilati su una mensola polverosa, messi lì come vasi di vetro soffiato pronti a frantumarsi o a diventare dei pezzi forti, da collezionare e mostrare con orgoglio. Non sono diversa da quelli che si alzano ogni mattina e sanno che dovranno combattere…e sì, lo fanno anche comunicando il loro mondo al mondo che comunica a sua volta; per sentirsi più vicini a suon di tweet, per sentirsi meno soli tra gli account di facebook e per sentirsi una generazione tra le pagine di LinkedIn.
Un mio amico regista e fotografo, l’altra sera, ha fatto una lunghissima dissertazione sull’inutilità di Instagram e sulla pericolosità del suo far supporre che tutti possano fare foto simil-artistiche e che trovarsi davanti un secchio della spazzatura, avendo un iPhone in mano e filtrarlo con il Myfair, potrebbe fare di quello un ready-made e di noi dei novelli Duchamp. [Non ha detto proprio così, ma io ne reinterpreto il senso].
Ecco, Diego ha colto un punto vero e incontrovertibile: tutto ciò va riposizionato in un’ottica di realtà. Un secchio, filtrato Myfair, resta un secchio. Una foto che lo ritrae resta la foto di un oggetto puzzolente che tutti conosciamo, filtrato da un mezzo che ci dà a disposizione 20 possibili variazioni e non una di più. Per fare quella foto noi abbiamo usato solo un dito e due occhi, abbiamo selezionato il soggetto e deciso quale colore e sfumatura dargli, punto. Allo stesso modo: io non sono una blogger professionista, sono pochi mesi che mi sono approcciata a questo mondo e stento a credere che ci siano davvero blogger di professione. Se è così, beh…mi piacerebbe diventarlo, crescendo anche tra queste pagine. Ma come il mio amico ricordava per instagram…un secchio filtrato resta un secchio. Cercherò quindi di raccontarvi di me, della mia vita, delle mie passioni e dei miei interessi, filtrando nella texture del blog, ma mai proponendovi secchi per Ready-made.

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L’amore ha i tempi del colera.

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L’amore, come la celebre malattia, risulta piuttosto diffuso nel mondo ed è, ad oggi, impossibile estirparlo.

Il colera, come l’amore, ha origini sconosciute e nonostante gli anni di studi in materia, l’epidemologia non ha portato risultati soddisfacenti; infatti il modo in cui si diffonde, e alcuni passaggi e nessi tipici della malattia (e dell’amore) restano oscuri ai più.

L’amore è sicuramente apparso prima del colera, di cui si fa risalire la scoperta al 1854 circa, per cui il numero di vittime è necessariamente superiore.

L’origine della parola Colera deriva dal greco choléra (cholé= bile) e indica la malattia che scarica con violenza gli umori del corpo e lo stato d’animo [non aggiungo altro].

L’origine della parola Amore non è certa, i più romantici sostengono al teoria dell’ [a-mors] di derivazione latina; i più pragmatici [camare] di origine indoeuropea. Neanche su questo punto c’è un accordo, quando si parla di amore, figurarsi sul resto, che viene a seguito…

La sintomatologia, devo dirlo, è entusiasmante: crampi addominali, nausea, vomito, diarrea, ipotensione, tachicardia, tachipnea (respiro veloce) e comunque ogni manifestazione è assolutamente personale e variabile. Di che parlavo?

Sì, oggi va così, è giornata “pessimismo e fastidio”, ora vado a meditare, domani passerà.