La cura

Non era scontato che sopravvivessimo, tutti noi che siamo sopravvissuti. Di certo non siamo rimasti illesi e ancor più certo è che non siamo guariti. Non si guarisce mai dall’essere terremotati, così come non si smette mai di morire per lo stesso motivo, almeno in Italia.

Una cosa però è certa: ogni mattina, da cinque anni a questa parte, mi sveglio e lancio il mio cuore oltre l’ostacolo. Ogni mattina mi sveglio e mi impongo di essere felice, perché è indecente vivere nella tristezza, quando si è al mondo.
Un giorno, quando sarà giunta la mia ora, incontrerò tutte e 309 le persone che non sono sopravvissute – anche quella bambina che non ha fatto in tempo a nascere – e dirò loro: “Scusatemi, non ho scelto io di vivere quella notte, è capitato così…ma dall’alba seguente l’ho scelto ogni giorno, o almeno ci ho provato sempre. Ho vissuto molto, viaggiato mai abbastanza, sognato e costruito tutto quello che ho potuto, ho amato e amo profondamente, mi sono arrabbiata con passione e tenacia e qualche volta ho anche fallito…succede. Però ogni giorno, anche nei più bui, mi sono imposta un rigidissimo regime di felicità. Bisogna essere molto rigorosi in questo. Scusate, se il destino ha scelto me e non voi per viviere e per farmi lacrimare gli occhi al sole; scusate, se io ho potuto mangiare la granita e tenere per mano il mio compagno e non voi il vostro. Scusatemi per tutti i fiori raccolti e per quelli ricevuti, che non ornano la mia tomba, ma profumano la mia casa…perdonatemi davvero, ma io ne sono stata felice ogni giorno e ogni giorno mi sono raccontata di esserlo un po’ anche per voi”.

Questo dirò loro, quando sarà il mio momento, ma fino ad allora (e spero che passeranno ancora decenni) la cura al mio essere terremotata sarà questa: la quotidiana scalata alla felicità. Anche oggi, soprattutto oggi.

Il sorriso, nel luglio 2009, per aver ritrovato una collana, all'interno della mia casa terremotata.

Il sorriso, nel luglio 2009, per aver ritrovato una collana, all’interno della mia casa terremotata.

#withSyria

Triste ricorrenza, quella che sta avendo luogo in questi giorni: i tre anni dall’inizio del conflitto – ma che dico “conflitto” – della guerra che imperversa in Siria.

“Il 6 marzo 2011 a Daraa, in Siria, quindici ragazzini sono stati arrestati e torturati per aver disegnato sul muro dei graffiti antiautoritari. Le proteste che sono scaturite dal loro arresto hanno portato a un’esplosione della violenza in tutto il paese. Le proteste si sono trasformate in una vera e propria guerra civile che ha prodotto 9,3 milioni di profughi”, si legge nella home del sito di Banksy.

Da ieri è su tutti i principali giornali e social network il video – divenuto giustamente virale – #withSyria, che lo street artist inglese Banksy ha realizzato e pubblicato sul suo sito, in onore della popolazione siriana “con compassione, supporto e la nostra voce” come scrive egli stesso nel corto. La sua celebre opera La bambina con il palloncino rosso, ha indossato i panni di una piccola rifugiata siriana e il murale prende vita, diventa un’animazione che mostra gli orrori e la violenza della guerra, ma allo stesso tempo dà un messaggio di speranza e vicinanza.

Non potevo non essere una di quelle voci e uno di quei palloncini che si sollevano in cielo una di quei milioni di cittadini del mondo che vuole gridare ai cittadini siriani, massacrati e fiaccati da tre anni di morte e violenza, “There is alwais a hope”.

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Buon compleanno Faber!

Faber_de_andréAscolto Fabrizio De André da quando ero nella pancia di mia madre e l’ho sempre, sempre e ossessivamente sempre ascoltato. Devo dire che, ancora oggi, ci sono degli album che conosco meno e alcune canzoni che mi ostino a non voler memorizzare, quasi per non “bruciare” tutte le nuove visioni del mondo che potranno insegnarmi; anche se da sempre – molto prima che ci lasciasse quel maledetto 11 gennaio 1999 – cerco di approcciarmi alla sua opera con un atteggiamento vagamente virginale, come se ogni volta fosse un po’ la prima che lo ascolto davvero.

Troppi sono i ricordi che mi legano alla sua musica e alle sue parole: imparai per prima Il Pescatore, a due o tre anni, andando in macchina verso casa dei nonni. Poi fu la volta de Il Suonatore Jones, che ho capito davvero forse vent’anni dopo, però intanto lui mi aveva già insegnato a pronunciare la parola “libertà” e ad immaginarla come la gonna di Jenny – che doveva essere proprio bella, quella gonna e quella Jenny, al ballo di tanti anni fa. Poi ci fu il periodo di amore folle per La Buona Novella che ascoltai – quasi esclusivamente – per tutto il 2001 e Storia di un impegato e Tutti Morimmo a stento…insomma! Come la maggior parte degli italiani che abbiano un animo, se non sensibile, almeno aperto alla possibilità di esserlo.

Oggi non andrò avanti a parlare di Faber perchè: Domine, non sum digna! – però, per festeggiare il suo compleanno, ho creato una playlist con 30 canzoni, praticamente quasi una per ogni mio anno di vita, due delle quali sono interpretate dai soli artisti che, a mio giudizio, posso permettersi di cantare De André, senza sembrare – loro sì – dei blasfemi: Franco Battiato e Morgan. Ve la lascio qui a fine post, starà a voi la scelta, se ascoltarla tutta o solo qualche brano, solo le canzoni che più amate. Mi aspetto che commentiate dicendo che ho dimenticato dei capolavori che proprio non avrei dovuto e che voi (e questo è certo, miei tredici lettori) avreste fatto molto meglio. Quindi linkate anche le vostre canzoni del cuore, che il vostro “pezzo di De André” qui troverà sempre un suo posto d’onore.

Tanti auguri Faber!

Nuovo video de I Cani – Come Vera Nabokov

E’ andato online ieri nel pomeriggio e fino ad ora (sono le 11.30 del mattino circa) ha già 8943 visualizzazioni.
Si tratta del nuovo video de I Cani – ovvero il progetto musicale del romano Niccolò Contessa – realizzato dal videomaker aquilano (sì, un piccolo moto d’orgoglio per i miei concittadini super bravi) Bennet Pimpinella.

Il video è una rielaborazione del film “Tharzan e la vergogna di Jane” - film del 1995 diretto da Joe D’Amato che ha come protagonisti un giovane Rocco Siffredi con la sua attuale moglie, Rosa Caracciolo – che Bennet “scratcha”, modifica, monta e trasforma in un’opera pop iper colorata e viosionaria.

Buona visione e buon ascolto!

Kiki de Montparnasse – il cortometraggio

Se siete stanchi dei libri scritti dalle signore della letteratura per entrambi i sessi, questo è un libro scritto da una donna che non è mai stata una signora. Per quasi dieci anni è stata a un passo dal diventare quella che oggi sarebbe considerata una Regina, il che, naturalmente, è molto diverso dall’essere una signora(dall’introduzione a “Souvenirs” di Kiki de Montparnasse, scritta da Hemingway nel 1929).

L’altra sera, navigando con una mia amica sul sito del My French Film Festival (che se amate il cinema francese, vi consiglio di seguire attentamente), ho scoperto un cortometraggio – attualmente in gara per il festival e già pluripremiato in molto altri – che ho amato moltissimo, Mademoiselle Kiki et les Montparnos della regista Amélie Harrault, prodotto da Les 3 Ours.

La figura di Kiki de Montparnasse, come molte altre legate alla Parigi degli anni ’20, l’ho sempre trovata estremamente affascinante, ma mai approfondita davvero, quasi a volerla lasciare avvolta in una nube di mistero. Beh, dopo aver visto questo corto, ho deciso che è tempo di far dissolvere le nubi e approfondire l’argomento, iniziando dal comprare il suo libro. Il video, che trovate a seguito, è in francese non sottotitolato, ma cliccando su questo LINK, potrete acquistare la visione del corto sottotitolato in italiano per (soli) € 0,99.

Non voglio anticipare nulla, vi dico solo che si tratta di un’animazione di 15 minuti circa e che il tocco femminile del racconto è decisamente evidente. Per gli appassionati di arte, della Parigi del secolo scorso e delle icone intramontabili. Da non perdere.

http://videos.arte.tv/fr/videos/mademoiselle-kiki-et-les-montparnos-d-amelie-harrault–7564328.html

Kiki de Montparnasse

EQUILIBRIO Fuori Scena – mostra fotorgafica

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Eccomi nuovamente con una segnalazione di un evento, legato al mondo della fotografia, che si sta svolgendo a Roma.

Dallo scorso sabato 1 febbraio fino a venerdì 28 febbraio, sarà possibile visitare – presso AuditoriumArte (Parco della Musica di Roma) – la mostra fotografica “Equilibrio Fuori scena”. La mostra, che ha luogo all’interno di “Equilibrio. Il festival della nuova danza”, nasce dalla collaborazione dei due fotografi ufficiali dell’Auditorium – Riccardo Musacchio e Flavio Ianniello – con il fotografo e artista, che da anni lavora con danzatori e attori, Paolo Porto.

Come scritto, sulle pagine culturali del Sole 24 Ore, il curatore Giuseppe Distefano, i tre autori hanno chiesto ai danzatori (dell’edizione del festival Equilibrio 2013 ndr), singoli, in coppia o in gruppo, di offrirsi al loro obiettivo in libertà, improvvisando “fuori scena” sulla suggestione del luogo, facendolo vivere del loro calore. Che sia dentro un montacarichi o una scala antincendio, dentro la vastità di un parcheggio sotterraneo o nell’atrio del bar, nel sottotetto della grande sala Santa Cecilia o nel prato, tra le teche espositive di reperti archeologici o dentro un bagno pubblico. Spazi impensati, vitali e spesso inaccessibili dell’Auditorium prestati ad una inedita scrittura scenica del vocabolario coreografico.

La mostra è composta da trenta stampe di grande e medio formato e da foto-sequenze. Le fotografie esposte saranno accompagnate da un videoclip dal titolo “Auditorium Abitato” a cura di Dario Jurilli e Vanessa Cokaric, con il montaggio delle riprese in backstage delle sessioni fotografiche.

La mostra, a ingresso libero, resterà aperta: da lunedì a venerdì ore 17.00 – 21.00; sabato e domenica ore 11.00 – 21.00.

Come sempre, mi aspetto vostri feedback!

[Cit.] #8

N’oubliez jamais qu’il suffira d’un crise politique, économique ou religieuse pour que les droits des femmes soient remis en question. Ces droits ne sont jamais acquis. Vous devrez rester vigilantes votre vie durant.

                                                                    Simone de Beauvoir

Presentazione del libro “Contatti – provini d’autore vol. II”.

Contatti IIPer chi tra voi, miei tredici lettori, fosse appassionato di fotografia e si trovasse a Roma, ho da suggerirvi un evento, al quale sarei andata molto volentieri, se fossi stata in zona.

Martedì 28 gennaio alle ore 18:00 presso l’ISFCI in via degli Ausoni, 1 (San Lorenzo) verrà presentato il volume “Contatti – provini d’autore vol.II” di Giammaria De Gasperis, edito da Postcart Edizioni. Il volume è una raccolta di provini a contatto di quarantanove autori internazionali, che hanno raccontato la storia degli ultimi sessant’anni.

Vi lascio il link dell’evento facebook QUI e se qualcuno di voi andrà, mi aspetto di avere commenti e opinioni in merito!

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(foto presa dalla pagina facebook del volume)

Trent’anni di Macintosh e quel 1984 che non sarebbe stato “il 1984″.

Sono passati (già) trent’anni da quel martedì 24 gennaio 1984, quando la celebre casa produttrice Apple lanciò al mondo i rivoluzionari personal computer Macintosh, segnando un punto importante come azienda, che negli anni sarebbe diventata leader nel settore dell’informatica. Si sa: i Mac sono stati da sempre belli, intuitivi e con una grafica accattivante; uno stile avanguardistico che ha permesso loro di conquistare un numero sempre più alto di utenti e appassionati, tra i quali mi annovero anch’io. Ma bellezza, praticità e intuitività non sono le sole peculiarità della Apple. La vera caratteristica che si è sempre mantenuta in questi trent’anni è la capacità di essere leader anche nel comunicare i propri prodotti, i propri valori e la propria visione (basti ricordare il famoso “Apple invents the personal computer. Again” apparso solo l’anno precedente). Questa seconda – e non marginale – caratteristica è stata confermata, passando alla storia, due giorni prima di quel famoso 24 gennaio.
Domenica 22 gennaio 1984 l’America era ferma e attaccata alle proprie televisioni per seguire la finale del Super Bowl, quando apparve sui loro schermi uno spot, firmato da un tale Ridley Scott, che ha segnato per sempre la storia della cinematografia pubblicitaria (e non solo) e che oggi, trent’anni dopo celebriamo.

Lo spot è il celebre 1984 – ideato dall’agenzia Chiat/Day, poi divenuta TBWA – che mostra, in un mondo di orwelliana memoria, una biondissima e giovane atleta mentre corre, armata di martello, fuggendo dalla polizia. La ragazza indossa una canottiera bianca, sulla quale è disegnato il modello del personal computer Macintosh che essa stessa rappresenta, e giunta davanti al mega schermo, dal quale il Grande Fratello parla ad una moltitudine anonima di individui, lancia il martello mandando tutto in frantumi. E la frase: «On January 24Th Apple Computer will introduce Macintosh. And you’ll see why 1984 won’t be like like “1984″». E quindi il messaggio: la macchina in grado di liberare l’uomo dalla macchina.
Inutile discutere sulla potenza mediatica – che ancora oggi non fatichiamo a riconoscere – di questo spot. Eppure le vendite non andarono bene, anzi come ormai è storia andarono decisamente peggio delle prospettive di Jobs e soci. Sappiamo anche che Steve Jobs – padre e luminare dell’azienda – fu costretto a rassegnare le sue dimissioni l’anno seguente, proprio a causa del pessimo rendimento di questa sua invenzione. Vi tornò solo nel 1997 quando il mondo era già stato “invaso dalle macchine” – per la maggior parte erano quelle del suo eterno rivale – e la società di Cupertino non stava andando per niente bene. Di nuovo la TBWA e Jobs, di nuovo uno spot che ha fatto storia. Questa volta però riuscendo a risollevare le sorti della mela morsa e definendo per sempre il Jobs/Apple pensiero: «Potete citarli, essere in disaccordo con loro; potete glorificarli o denigrarli ma l’unica cosa che non potrete mai fare è ignorarli, perché riescono a cambiare le cose, perché fanno progredire l’umanità. E mentre qualcuno potrebbe definirli folli noi ne vediamo il genio; perché solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo lo cambiano davvero. Think different.»
Ma questa, come direbbe un famoso presentatore tv, è un’altra storia.